Omelia per la festa della Famiglia delle Case della Carità

Palazzetto dello Sport di Reggio Emilia
15-10-2018

Cari fratelli e sorelle,

anche quest’anno celebriamo assieme l’Eucaristia nella solennità di santa Teresa di Gesù e viviamo così questo momento comune di gioia e di festa. Saluto in particolare i Vescovi concelebranti e i Superiori dell’Istituto: don Filippo, don Romano, Suor Ines. Un pensiero speciale va poi a Sr. Rossella della Madonna della Ghiara, nel giorno della sua prima professione, così come ad Alessandro e a Beatrice della Madonna della Ghiara che fra pochi istanti rinnoveranno i loro voti. Un saluto a tutti gli ospiti delle Case della carità e a tutte le persone che, a vario titolo, con la loro preghiera e la loro collaborazione, sostengono l’opera delle Case. Durante questa liturgia alcune famiglie rinnoveranno le promesse e molti ausiliari riceveranno il crocifisso. Anche a voi il mio saluto e il mio incoraggiamento. Inoltre la benedizione si estende a tutti i consacrati nel mondo. Ci troviamo così uniti anche ai nostri fratelli e sorelle lontani, che lo Spirito di Dio e la forza della preghiera sanno renderci vicinissimi.

 

Un solo Dio e Padre di tutti (Ef 4,6): questa frase che abbiamo ascoltato nella seconda lettura è anche il titolo che avete voluto dare a questa giornata. Dio è padre di tutti: ciò significa che noi siamo legati l’uno all’altro per mezzo di stretti vincoli. I vincoli sono ancora più stretti nel momento in cui Dio ci chiama ad appartenere ad una famiglia particolare all’interno del grande mare della Chiesa. Anche l’istituto delle Case della Carità è una vera e propria famiglia, nella quale molte persone sono chiamate a vivere insieme e sono legate dall’appartenenza al medesimo carisma. Il vostro carisma è il dono speciale ed unico che Dio ha dato a colui che ha dato inizio all’esperienza che ciascuno di voi ha liberamente fatto propria. Le intuizioni fondamentali di don Mario Prandi sono il cuore della vostra esperienza. Scoprirle, approfondirle, meditarle, far loro spazio nel cuore. La strada della vostra crescita e della vostra unità passa da qui.

Di recente ho riletto un testo di don Mario che mi sembra essere molto significativo. Si tratta della prima pagina del suo diario, scritta quando egli era solo diciannovenne, il 18 febbraio 1929 ad Albinea. “Gli altri non hanno bisogno in generale dei nostri beni, ma sono avidi del nostro cuore. A me spetta dare il cuore al mio prossimo: spetta renderlo purissimo. Degno di essere dato in dono ai membri vivi di Gesù Cristo. I miei compagni, tutti gli uomini sono miei fratelli: ora come non dovrei essere buono con loro? Essere buono col mio prossimo: che ideale luminoso attuabile!” Queste parole esprimono bene la strada che siete chiamati a percorrere: rendere il vostro cuore purissimo, perché esso va donato al prossimo. Il vostro cuore – nient’altro! – è ciò che i nostri fratelli aspettano. Gli altri desiderano il nostro cuore, e in particolare ciò che di grande e puro abita per grazia il nostro cuore, come la Samaritana che desiderava da Gesù acqua viva.

Si tratta quindi di rendere il cuore purissimo. Cosa significa? Come si fa? Da soli non ce la possiamo fare. Abbiamo bisogno di camminare insieme a qualcuno che ci può indicare la strada. In una parola: abbiamo bisogno di essere educati e accompagnati. Ecco l’importanza della formazione nella fase iniziale della vita religiosa e poi l’importanza della formazione permanente sotto la guida dei superiori e nella continua meditazione dei testi che il vostro fondatore vi ha lasciato.

Per rendere il cuore purissimo e quindi per essere poi in grado di vivere autenticamente, la carità necessita dell’approfondimento della fede attraverso lo studio del Vangelo e della Scrittura in generale, e attraverso la preghiera e i sacramenti. Occorre imparare poi a vivere i consigli evangelici: la povertà, la verginità e l’obbedienza. Innanzitutto l’obbedienza: l’opera di ciascuno non può concepirsi staccata dal corpo cui appartiene. E poi la verginità: l’esito del vostro lavoro non dipende da voi. Siete chiamati semplicemente a seminare, ma poi è Dio che fa crescere. Da ultimo, la povertà: amministrare i beni, gli spazi, le opere e tutto ciò che possedete esclusivamente per il bene delle persone che si rivolgono a voi e vi vengono affidate.

San Paolo ci ha detto: comportatevi in maniera degna della chiamata che avete ricevuto. Siate umili, magnanimi e mansueti (cf. Ef 4,2), ma soprattutto sopportatevi a vicenda nell’amore, avendo a cuore di conservare l’unità dello spirito (Ef 4,2-3). Con grande realismo l’apostolo non invita genericamente e romanticamente ad amarsi o a volersi bene, ma a sopportarsi nell’amore, cioè a prendersi cura gli uni degli altri, a fare il sacrificio di accettare i limiti dell’altro e a preparare lo spazio nel proprio cuore per accogliere e ascoltare l’altro. Tutto questo deve essere vissuto non solamente in relazione alle persone bisognose che si rivolgono a voi, ma anche nei confronti dei fratelli e delle sorelle che con voi condividono lo stesso stato di vita e la medesima vocazione.

Sempre nel brano della Lettera agli Efesini che abbiamo ascoltato, san Paolo ci invita ad agire secondo verità nella carità […] tendendo a Lui, che è il Capo, Cristo. Noi possiamo imparare la carità solamente rimanendo e crescendo in un rapporto personale con Cristo perché Cristo è la carità. La carità è primariamente un atto di Dio: la carità è il Verbo che si fa carne, è Gesù che dona la sua vita sulla croce e risorge per noi. Solamente lasciando spazio a Cristo nel nostro cuore riempiremo di carità vera la nostra vita. Rivolgendosi al Consiglio delle Sorelle il 20 gennaio 1972 in san Girolamo, don Mario disse: “Forse la nostra blandizia [e cioè la nostra mitezza] e la nostra carità non sono così soprannaturali come crediamo. O noi abbiamo un impegno di fede o noi non abbiamo sicurezza. Se la carità non la facciamo per la fede non resteremo saldi!” La speranza alla quale siete stati chiamati è una sola, ci dice san Paolo. Essa è la stessa per tutti ed è la persona stessa di Gesù Cristo. Approfondite il vostro rapporto con lui e imparerete sempre più a vivere come lui, con la stessa passione per l’unità e la stessa capacità di dedizione al prossimo che furono le architravi della vita di Gesù.

Cari fratelli e sorelle,

quando Gesù incontrò la Samaritana le disse: Dammi da bere. Anche la Samaritana era assetata, ma la sete di Gesù era più profonda della sua. La sete di Gesù significava: “Ho sete del tuo cuore, ho sete del rapporto con te”. Oggi il Signore rivolge a ciascuno di noi queste stesse parole: Dammi da bere. Entriamo in rapporto con lui e lasciamoci trasformare dalla sua amicizia! Quanto più saremo legati a lui, tanto più saremo uniti tra noi. E così, nel crescere della nostra unità, crescerà anche la nostra carità, che sarà più affascinante, incisiva e disinteressata.

La Grande Teresa, donna di sconfinata spiritualità e di infaticabile lavoro, sia per voi esempio e guida.

Amen.