Omelia nella VI domenica di Pasqua. Messa di ordinazione diaconale di Tommaso Catellani, Matteo Tolomelli e Alessandro Zaniboni

Reggio Emilia, Basilica della Ghiara
25-05-2019

Cari fratelli e sorelle,

il mio saluto affettuoso va a tutti voi, e in modo particolare a Tommaso, Matteo e Alessandro, i tre candidati che riceveranno tra poco l’ordine del diaconato. Attraverso l’imposizione delle mie mani e la “Preghiera Consacratoria” essi saranno immessi in modo ancor più profondo, per un nuovo dono dello Spirito, nella realtà della Chiesa, che sono chiamati a servire d’ora in poi con tutte le energie del loro cuore e della loro mente. Il mio saluto si dilata poi ai loro genitori, parenti e amici, qui presenti in numero così rilevante; ai superiori del seminario, in particolare al Rettore don Alessandro Ravazzini; agli insegnanti dello Studio Teologico; ai padri spirituali; ai parroci delle loro parrocchie di provenienza; ai responsabili del movimento “Familiaris Consortio” e della “Comunità Sacerdotale” di cui fanno parte due tra i seminaristi che verranno ordinati.

Tutta la nostra Chiesa esulta e gioisce. Non è piccolo il dono di tre nuovi diaconi, ordinati verso il sacerdozio. Dobbiamo imparare a godere delle grazie che Dio ci manda, anche se esse possono sembrarci di gran lunga insufficienti rispetto alle necessità che umanamente possiamo avvertire.

Come sempre, desidero trarre dalle letture della liturgia del giorno le riflessioni, le speranze e le domande che presento a voi, cari fratelli e figli, Tommaso, Matteo e Alessandro; ma anche a tutti voi, fedeli qui presenti. La Parola di Dio è così profonda da attraversare ogni momento della nostra vita, ogni livello del nostro essere, ogni attimo della storia dell’uomo. Essa sempre illumina la fede e alimenta la speranza.

La prima lettura che abbiamo ascoltato, tratta dagli Atti degli Apostoli (At 15,1-2.22-29), si riferisce a un evento dell’anno 48, circa quindici anni dopo l’Ascensione di Gesù al Cielo. Un fatto causato da forti tensioni interne alla Chiesa, che hanno riguardato anche il Collegio Apostolico. Prima di commentare gli aspetti particolari di questo quindicesimo capitolo degli Atti, voglio ricordare a voi tre, carissimi candidati, che forse avete l’impressione, nella vostra giovinezza, di partecipare a un momento di particolare difficoltà della storia del mondo e della vita della Chiesa: non dobbiamo lasciarci travolgere dalle prove del nostro tempo, ma dobbiamo piuttosto prepararci. Prepararci con la preghiera, lo studio e l’approfondimento della fede, ad attraversare in modo fecondo e creativo le circostanze attraverso cui Dio ci fa passare e che ci chiama a vivere. Non esistono periodi della storia migliori di altri. Ogni tempo è abitato dallo Spirito, che dà vita alla Chiesa. E il Signore, chiamandoci a vivere il nostro ministero in questo tempo, chiede alla nostra libertà di contribuire alla sua opera nel mondo, incontrando gli uomini e le donne cui siamo mandati.

Come ho più volte richiamato in questi anni, la Chiesa ha vissuto attraverso tempi sia belli che drammatici, come sempre sono belli e drammatici i tempi dell’uomo. Talvolta i drammi hanno avuto come origine questioni gravi, sia dottrinali che morali, che hanno portato a divisioni; talaltra, invece, si trattava di tensioni di altro genere, che si sono rivelate in seguito marginali, ma che, al momento in cui dovevano essere affrontate, apparivano quasi come insuperabili. Così è accaduto nella pagina degli Atti che abbiamo ascoltato, in quello che è stato chiamato il “Concilio di Gerusalemme”. La prescrizione mosaica della circoncisione, così come il rispetto delle regole di purificazione rituali, erano allora questioni enormi, che oggi possono apparirci banali.

La questione era la seguente: “a che cosa devono essere obbligati i pagani, cioè coloro che entrano a far parte della Chiesa senza passare da Israele?” Non certo alla circoncisione, che designava una differenza etnica. Gli apostoli chiedono soltanto di rispettare alcune regole di purità cultuale (astenersi dalle carni offerte agli idoli, dal sangue, dagli animali soffocati), perché altrimenti i cristiani provenienti dal paganesimo sarebbero stati considerati “impuri” agli occhi degli cristiani provenienti dal giudaismo, e perciò inavvicinabili. Gli apostoli si pronunciano dunque in merito a una questione relativamente “piccola” (praticamente: stare attenti al modo di macellare la carne), una piccola cosa che nascondeva però sotto di sé una grande questione: la carità nella Chiesa. Nessuno, nella comunità si deve sentire inavvicinabile. È quello che dirà Paolo: se un cibo scandalizza il mio fratello, non mangerò carne in eterno, per non dare scandalo al mio fratello (1Cor 8,13).

La Chiesa, ordinandovi oggi diaconi e invitandovi a continuare la vostra preparazione verso il presbiterato ordinato, vi chiama ad essere i custodi della carità. Non ci può essere missione cristiana senza carità, così come non ci può essere vera carità che non diventi passione evangelizzatrice. Comunione e missione non sono due esperienze successive, ma l’unica esperienza della carità di Cristo.

La seconda lettura ci dà un’immagine luminosa della Chiesa (Ap 21,10-14.22-23). Essa nasce da Dio, e per questo è piena di luce. Una luce che si sviluppa dal suo interno e che tende ad espandersi per illuminare l’universo. La sua lampada è l’Agnello (Ap 21,23), che la penetra con la sua presenza. Il suo fondamento sono gli Apostoli. Voi, cari presbiteri e diaconi, siete chiamati ad essere collaboratori dei successori degli Apostoli. Non fate mai mancare al Vescovo il vostro consiglio e il vostro aiuto. Non siate muti: il vescovo ha bisogno di ascoltare dai suoi preti e dai suoi diaconi la realtà della sua Chiesa. Il vescovo ha bisogno di relazioni, e soprattutto desidera una relazione intensa e vera con i presbiteri e i diaconi, suoi principali collaboratori. A voi tre, Tommaso, Matteo e Alessandro, che tra poco pronuncerete per la prima volta il giuramento di obbedienza al Vescovo, e a tutti voi, preti e diaconi, che l’avete pronunciato nel giorno della vostra ordinazione, raccomando vivamente e accoratamente di entrare nel mistero dell’obbedienza. Esso è molto più che “dire dei sì”. Obbedire significa più profondamente uscire da una concezione di sé come “io isolato” e unico referente del rapporto con Dio, per entrare nella realtà del “noi”. Siamo infatti una sola cosa in Cristo Gesù in grazia del Battesimo e, ancor più, in grazia dell’unico sacerdozio di Cristo cui partecipiamo. L’obbedienza è la porta principale per entrare nel mistero di Dio e nel compito che egli ci affida.

Cari ordinandi, obbedendo passo dopo passo a ciò che Dio vi chiede attraverso la Chiesa, non solo contribuirete ad edificare il Corpo di Cristo nella storia, ma scoprirete allo stesso tempo la strada umanamente affascinante della vostra realizzazione personale.

Infine, desidero dire una parola anche sul brano del Vangelo di Giovanni che è stato proclamato in questa liturgia (Gv 14,23-29). La Chiesa ci presenta questa pagina in una Domenica del tempo di Pasqua, e così ci immerge nella vita della Trinità. Le parole che abbiamo ascoltato, sono da collocarsi nel contesto del Giovedí Santo. Non si tratta di discorsi, quanto piuttosto di immagini che siamo chiamati a contemplare e in cui possiamo, poco alla volta, entrare. Immagini della realtà più profonda che ci costituisce.

All’origine di tutto, dice Gesù, c’è la missione del Padre (cf. Gv 14,23). Il Signore ce lo ricorda anche stasera. Anche all’origine del vostro sì e della vostra ordinazione sta l’elezione amorevole di Dio Padre. Questo è il senso e il peso della vostra donazione. Ricercatelo e ritrovatelo ogni giorno, nel silenzio e nella preghiera. L’elezione del Padre vi radica nella missione di Gesù. Essa va compresa e accolta giorno per giorno. Per questo il Padre manda lo Spirito. Invocatelo per poter “capire” Cristo, per poter aderire alla sua vita.

Da ultimo, chiedo per voi la serena fortezza con cui Gesù, conoscendo di andare verso la croce, dice ai suoi: Non sia turbato il vostro cuore e non abbiate timore (Gv 14,27). Cari Tommaso, Matteo e Alessandro, non si turbi il vostro cuore di fronte alle difficoltà. Il Padre, il Figlio e lo Spirito, unico Dio, oggi prendono una particolare dimora presso di voi (cf. Gv 14,23), mostrando così di amarvi di un amore di predilezione, invitandovi a condividere la sua bruciante carità e la sua passione per gli uomini.

Alla Madonna della Ghiara, che questa sera vi accoglie nella sua casa e che veneriamo con particolare solennità in questo tempo, affido la vostra vocazione, il vostro ministero, tutta la vostra vita. Amen.

+ Massimo Camisasca