Omelia nella Solennità di San Prospero, patrono della città e della diocesi

Basilica di san Prospero - Reggio Emilia
24-11-2018

Cari fratelli e sorelle,

ogni anno, in occasione della solennità di san Prospero, patrono di Reggio Emilia e della nostra Chiesa, dedico interamente questo mio discorso alla città e alla diocesi ad una tematica specifica che mi sembra essere particolarmente urgente e attuale per la vita di tutti noi, e che interpella la mia vita di uomo e di pastore. Ogni giorno visito istituzioni religiose e laiche, incontro molte persone sia in circostanze pubbliche che in colloqui privati, mi vengono sottoposti molti problemi da affrontare.

In tutte queste occasioni di dialogo si è ripresentata spesso una stessa domanda, che riguarda la difficoltà a costruire qualcosa che permanga sul piano sociale, della fede, e più in generale delle relazioni umane. Tutto ciò è legato a un sentimento di incertezza e paura riguardo al futuro. Molti sono i cambiamenti che, con estrema ed inaudita rapidità, stanno avvenendo sotto i nostri occhi.

Possiamo guardare al futuro con speranza e letizia? Qual è il nesso tra il nostro presente e il patrimonio del nostro passato, che è la nostra tradizione? A quali punti di riferimento appoggiarci in questo momento di profonde trasformazioni?

Credo che la grande questione implicita in tutti questi interrogativi sia il tema dell’educazione. La mia riflessione quest’anno sarà perciò dedicata al tentativo di offrire alcune coordinate decisive che delineano il significato di questa parola. Ho scritto un testo, intitolato “Educare ancora”, che sarà distribuito al termine di questa celebrazione e che troverete nella sua forma integrale pubblicato sul prossimo numero de La Libertà. Lo affido alla vostra lettura. Oggi mi limiterò a leggerne alcuni passi particolarmente significativi.

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L’educazione è un compito appassionante, una sfida impegnativa e decisiva a cui tutti siamo chiamati. Educare significa condividere e trasmettere ciò che riteniamo essenziale, ciò che dà forma e senso alla nostra vita. Non c’è carità più grande di questa. Attraverso la consegna ad altri (e in particolar modo ai più piccoli) di ciò che riteniamo realmente prezioso, doniamo una parte di noi stessi e offriamo così una strada, quella che ci consente di essere liberi e felici. Certamente tutto ciò presuppone che noi a nostra volta abbiamo ricevuto da altri un tesoro prezioso che ha illuminato le nostre vite, e che lo abbiamo fatto nostro. Quali sono i pilastri sopra i quali abbiamo costruito l’edificio della nostra esistenza personale, famigliare e comunitaria?

Oggi la famiglia e la scuola, istituzioni che hanno primariamente il compito di educare, appaiono fragili. Anche le nostre parrocchie e le varie comunità ecclesiali che animano la nostra diocesi s’imbattono spesso in difficoltà che le mettono a dura prova. Molti parlano di crisi dell’educazione. I giovani sembrano cambiati rispetto al passato e il mondo adulto si sente incapace di parlare alle nuove generazioni.

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Nella parte centrale del discorso che ho scritto per la solennità di quest’oggi, “Educare ancora”, troverete le mie riflessioni, ampiamente sviluppate, sull’educazione nel difficile contesto presente; sulla famiglia, la scuola, le parrocchie e le comunità ecclesiali come luoghi privilegiati per l’educazione dei nostri figli e dei nostri giovani. Ometto ora la lettura di queste pagine e giungo così al punto più decisivo (e cioè alla conclusione del mio “Discorso alla città”).

Nell’educazione sono coinvolte due responsabilità: quella della generazione adulta, che deve stabilire se e che cosa consegnare in eredità ai propri figli; e quella della generazione giovane, che con crescente consapevolezza deve scegliere se e in quale misura appropriarsi di tale eredità. L’avventura educativa ha bisogno di uomini innamorati e capaci di far innamorare gli altri. Per educare e per accettare la fatica di crescere occorrono passione per la vita e fiducia in un destino buono, che possa offrire un’ipotesi di significato anche davanti allo scandalo del male e del limite. Sì, perché l’esperienza dell’educare e dell’essere educati è innanzitutto esperienza del limite: del limite nostro, dei nostri progetti e delle nostre azioni; del limite che ci è dato dalla storia nella quale nasciamo, dal mondo materiale e simbolico che abitiamo; del limite che può diventare la presenza dell’altro, sempre irriducibile alle nostre pretese. Da tutti questi legami vorremmo talvolta poterci liberare, affidandoci al nostro ingegno, ponendo noi stessi come fine e significato del mondo. Ma quando ciò accade, quando cioè l’io si svincola dal noi di una comunità e rifiuta di essere generato, non può che restare solo, e quindi chiudersi e smarrirsi.

Affermare l’importanza dell’educazione significa affermare il bisogno per ogni persona di sperimentare un’appartenenza positiva a una ricchezza e a un mondo che gli vengono donati. La storia e la tradizione di chi ci precede non sono una zavorra, ma una preziosa riserva per poterci spingere più lontano di quanto potremmo fare con le sole nostre forze. Pertanto, solo un’educazione che non sia disincarnata e astratta può generare una persona libera, in grado di esprimere la sua originalità costruttiva nel mondo, portatrice, a sua volta, di valori da consegnare a ogni uomo che accetterà la sfida dell’esistenza.

La vita di ogni uomo e di ogni donna è vocazione: siamo nati perché qualcuno ci ha voluto e continuiamo ad esistere perché qualcuno ci vuole. Anche lo scopo della nostra vita è vocazione: non siamo noi da soli a decidere la strada della nostra felicità e la forma del nostro contributo alla storia del mondo. In che cosa consiste la mia vocazione personale? In quale direzione va la mia vita? Per rispondere a queste domande, radicali ed ineludibili, ciascuno ha bisogno di essere accompagnato. Non può farcela da solo. L’educazione è l’avventura comune della scoperta della propria vocazione personale.

Desidero concludere queste mie riflessioni aggiungendo un’ultima parola di fondamentale importanza: speranza. Essa infatti è il motore segreto dell’educazione. Solo chi guarda al futuro con speranza può vivere costruttivamente il presente. Solo chi scopre nel proprio presente il fondamento della propria speranza può guardare con letizia e libertà a ciò deve ancora venire.

Dobbiamo pertanto riscoprire su quale roccia poggiano i piedi della nostra speranza. Essa non è una semplice predisposizione all’ottimismo, ma nasce dal riconoscimento che la vita è più forte della morte, che non c’è deserto che non possa tornare a fiorire, che ogni sacrificio porta in sé la promessa di una nascita. Educare è insegnare a sperare. È necessario pertanto riscoprire la presenza Dio, che è la presenza più laica che esista – come ho avuto modo di dire in tante occasioni. Egli è Padre e ci assicura che la nostra vita non è un inganno, ma ha un destino buono; che la morte non è la parola definitiva sull’esistenza, che il futuro è un bagliore aurorale, non ancora del tutto visto, ma che già ora rischiara l’orizzonte, anche l’oscurità enigmatica del momento presente.

Ogni atto di educazione è dunque abituare gli occhi degli uomini alla luce, è una luce che si accende nel mondo.

Affidiamo al nostro patrono san Prospero e alla Vergine della Ghiara i nostri figli, i nostri giovani, le nostre famiglie, tutte le istituzioni educative, le parrocchie e le varie realtà ecclesiali, ciascuno di noi. Amen.