Omelia nella festa della Presentazione del Signore. Giornata della Vita Consacrata

Cattedrale di Reggio Emilia
02-02-2019

Cari fratelli e sorelle,

oggi è la festa della luce. La tradizione più recente chiamava questa ricorrenza “il giorno delle candele”. Anche noi siamo venuti all’altare portando una candela accesa. Che cosa rappresenta questa luce?

Siamo rimandati così al testo del Vangelo di Luca che abbiamo ascoltato (Lc 2,22-40) e in particolare alle parole di Simeone. Egli era un uomo anziano, giusto e pio, che attendeva la consolazione di Israele (cf. Lc 2,25), aspettava cioè Gesù da tutta la vita. Sapeva infatti che non sarebbe morto prima di averlo incontrato. Quando Maria e Giuseppe portano il loro bambino al tempio per il rito della purificazione, Simeone prende Gesù in braccio, e si esprime così: Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua Parola (Lc 2,29). In queste espressioni e nella figura dell’anziano vegliardo si concentra tutta l’attesa di Israele. Il popolo eletto era ormai distratto e lontano dalla Legge: nel corso della sua storia era ricaduto più volte nell’idolatria ed era venuto a patti con gli invasori stranieri. La coscienza viva delle promesse fatte da Dio ad Abramo si manteneva solamente in un resto santo (cf. Zac 8,10-12). A questo “resto” appartiene il giusto Simeone.

Dopo aver visto Gesù, egli sa che la sua vita si può concludere nella pace. Essa si è realizzata, dal momento che i suoi occhi hanno riconosciuto in lui la salvezza di Dio (cf. Lc 2,30). La salvezza è quindi descritta come luce attraverso cui Dio si rivela a tutti i popoli e gloria di Israele (Lc 2,31). Gesù di Nazaret è il Figlio di Dio che ha preso carne nascendo da una donna della stirpe di Davide. Dunque lui è il fiore più bello della storia di Israele, la gloria di tutto il popolo, la manifestazione del posto che il popolo santo ha nella storia del mondo e nella storia dell’alleanza di Dio con l’umanità. Nello stesso tempo Gesù si manifesta come luce per tutti i popoli. La storia di Israele, di quell’Israele che aveva così faticato ad accogliere la propria vocazione universale, viene quindi finalmente spalancata in modo definitivo, in un orizzonte universale.

La luce dunque è Gesù: è a lui che dobbiamo guardare per comprendere la storia del mondo e la nostra storia personale. Senza di lui non c’è luce, non c’è possibilità di comprendere nulla di ciò che accade in noi e intorno a noi. La luce di Cristo non è una semplice dottrina accanto a tante altre dottrine, né tantomeno una filosofia o semplicemente una sapienza di vita. Cristo è la luce che ha creato il mondo, che ha dato origine a tutte le cose. Tutto, infatti, è stato fatto per mezzo di Lui e in vista di Lui (cf. Col 1,16), come scrive san Paolo.

L’uomo di oggi non guarda più a questa luce: essa è diventata al massimo una delle tante sapienze umane. Fa fatica ad accogliere l’imprevedibile, ad aprire la sua ragione e il suo cuore al mistero. Eppure questa manifestazione è qualcosa che il cuore dell’uomo attende nelle profondità del proprio essere ed è accompagnata da tantissimi segni di veridicità. Dobbiamo aiutare dunque noi stessi, i nostri fratelli e le nostre sorelle a riconoscere Cristo come l’atteso delle genti, l’atteso del cuore di ogni uomo.

Nello stesso tempo questa luce siamo anche noi. Ricevendo la luce attraverso la fede, diventiamo a nostra volta luce. Abbiamo avuto in dono la luce e abbiamo quindi la responsabilità di portarla nel mondo. Ecco perché la liturgia lega questo giorno alla festa della Vita consacrata. La Chiesa desidera che la luce di Cristo risplenda nelle tenebre e sia visibile a tutti i popoli, a tutte le latitudini e in tutte le epoche della storia. Fin dall’inizio della storia della Chiesa, la luce di Cristo ha brillato in modo eminente nella verginità e nel martirio, in coloro cioè che non per proprio merito, ma per grazia, hanno intuito che non c’è nulla per cui valga la pena vivere se non Cristo. Totalmente presi dalla sua luce, dalla sua luminosità, dal fascino della sua persona, avendo lasciato tutto, molti uomini e donne hanno deciso di seguirlo (cf. Lc 5,11). Assaporando la bellezza della presenza di Gesù, la dolcezza della sua parola e della sua donazione, essi hanno percepito che nulla, neppure la vita stessa, poteva essere paragonato alla vicinanza di Gesù. I consacrati abitano nella casa di Dio (cf. Sal 27,4) e godono perciò di tutti i suoi favori e i suoi doni.

Purtroppo oggi nella Chiesa assistiamo a un impoverimento della Vita consacrata. L’oscuramento operato dalla secolarizzazione, come è accaduto d’altra parte anche in altre epoche della storia della Chiesa, ha fatto sì che non si avverta più o si sia indebolita la coscienza della preziosità di questo dono. Esso nasce dal battesimo. Se, come forma specifica di vita, riguarda solamente alcuni, il suo significato profondo riguarda la vita di tutti. Coloro che consacrano la propria vita rinunciando ad una propria famiglia e talvolta ad una professione, costituiscono infatti un richiamo per tutti al fatto che la vita cristiana è sequela di Cristo. Solo così è possibile godere fino in fondo della sua Parola e di tutti i suoi doni.

La vita consacrata, come d’altra parte lascia intendere Luca nel Vangelo che abbiamo ascoltato, è la vita futura. Ma la vita futura non è soltanto qualcosa che ci attende! Essa è qualcosa che già viviamo, in forza del battesimo. Partecipando alla vita di Gesù, la sostanza di ciò che vivremo in Cielo è già attuale e vivo nella nostra esistenza presente. Le persone che vivono la consacrazione, secondo le forme diverse che sono venute ad affermarsi nella storia della Chiesa, ci ricordano infatti che i doni del paradiso sono già qui sulla terra: la comunione con Dio, il suo perdono, la preghiera, la gioia della comunione tra fratelli, la certezza che Dio è sempre vicino e ci accompagna, anche nelle prove più difficili.

Auguro alla nostra Chiesa e a tutta la Chiesa di riscoprire in profondità il dono della vita consacrata e di vederlo fiorire in forme antiche e nuove di vita comune. Amen.