Omelia nella festa della Beata Vergine della Porta, patrona della Diocesi

Concattedrale di Guastalla
07-02-2019

Cari fratelli e sorelle,

fin dall’inizio del mio ministero episcopale nella diocesi di Reggio Emilia – Guastalla, per grazia di Dio la Vergine della Porta ha costituito un punto di riferimento per la mia preghiera, la mia supplica e, in fondo, per tutto il mio apostolato. Per questo ho desiderato essere presente qui oggi.

Ogni uomo per venire al mondo ha bisogno di una madre e ciascuno di noi per vivere ha bisogno di sentire il sostegno di qualcuno che lo ama. Maria è la madre ricca di amore che non viene mai meno. È la madre che ci accompagna durante tutta la nostra vita, anche quando la donna che ci ha messo al mondo è salita al cielo. È la madre che non smette mai di consigliarci, di correggerci e di insegnarci la strada che conduce a suo Figlio, e dunque alla nostra vera felicità. Per questo la nostra Chiesa diocesana vede nella Vergine, chiamata rispettivamente con i titoli di Vergine della Ghiara e Vergine della Porta, nomi diversi con cui viene invocata la stessa madre, dei punti di riferimento centrali per la sua vita.

La devozione a Maria infatti non è una devozione marginale nella vita della Chiesa. Essa consente ai credenti di conoscere e amare maggiormente Gesù. Se noi frequentiamo Maria, lo facciamo per imparare da lei lo sguardo da avere su suo Figlio. Tutta la vita della Vergine è stata infatti alimentata e sorretta dallo sguardo su Cristo. In un primo momento con il compito di educarlo. In un secondo momento educata lei stessa da lui. Ma dopo la sua morte, dopo che il Figlio ha affidato a Lei tutti i figli, Maria è tornata ad essere la madre che non solo ci accompagna e ci sorregge, ma anche ci educa e ci incoraggia.

Nel mio recente viaggio in Rwanda ho visitato il santuario di Kibeho, un luogo importante per la storia dell’Africa. Qui Maria, a partire dal novembre 1981 e poi nei mesi successivi, è apparsa più volte a tre giovani ragazze, pochi anni prima del genocidio che ha scosso quel Paese e che ancora oggi determina la sua storia, come un fiume sotterraneo di risentimenti e di odio. Maria è apparsa per insegnare cosa sarebbe potuto accadere e per invitare alla conversione, per stornare quel male dal popolo del Rwanda. Purtroppo non è stata ascoltata e due tribù appartenenti ad un unico popolo si sono uccise tra loro, fratelli contro fratelli, cristiani contro cristiani. Maria ci insegna che la storia dell’uomo è certamente nelle mani di Dio, ma Dio non può nulla di fronte alla libertà dell’uomo. Certo, può correggerci e consigliarci, può aiutarci. Ma quando trova un cuore che ripetutamente e insistentemente rifiuta la sua grazia, egli non può far violenza. Saranno purtroppo poi le tragedie e i drammi della storia, come è accaduto per l’antico Israele, le vie della vita che forse correggeranno le anime più ostinate.

Maria ci insegna anche a partecipare alle sofferenze di Cristo. È un insegnamento difficile questo, e non lo si può certo vivere se non si entra nella strada dell’amore che Dio ha per noi e per l’umanità. Ma è indubitabile che Cristo chiede ai suoi amici di condividere con lui questo amore, questa donazione, e di partecipare perciò in piccolo o in grande al mistero della salvezza. Questo ha detto Maria nelle sue apparizioni dell’Ottocento e del Novecento.

Ella dunque apre in noi uno sguardo assolutamente nuovo sulla storia delle persone e dei popoli. Dobbiamo perciò, cari fratelli e sorelle, avere l’umiltà e il coraggio di diventare discepoli. Così impareremo anche a diventare figli e impareremo a rispondere all’amore di Gesù. Impareremo anche ad offrire il nostro dolore, e in questo modo troveremo la strada della gioia e della pace. Sia lodato Gesù Cristo.