Lettera ai presbiteri, diaconi e fedeli della diocesi sulla Liturgia

30-01-2019

Cari fratelli,
la Sacra Liturgia è uno dei beni più grandi che Cristo ha lasciato alla Chiesa. Anzi, essa può essere considerata a ragione il dono per eccellenza fatto dal Signore al suo Popolo, chiamato a vivere nel tempo il passaggio al Padre.
Queste espressioni non sono iperboliche o enfatiche, ma ci introducono a una giusta considerazione dell’evento liturgico. Proviamo a riflettere su di esso con lo stesso sguardo che hanno avuto i Padri del Concilio Vaticano II. Essi hanno dedicato proprio alla Liturgia l’inizio dei loro lavori e hanno approvato per prima la Costituzione Sacrosanctum Concilium, dedicata appunto al nostro tema.

Nelle pagine iniziali di questo importante documento troviamo scritto: “La Liturgia, mediante la quale, specialmente nel divino sacrificio dell’eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione, contribuisce in sommo grado a che i fedeli esprimano nella loro vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa” (n. 2).
Poco più avanti, i Padri conciliari scrivono: “Come il Cristo fu inviato dal Padre, così anch’egli ha inviato gli apostoli, ripieni di Spirito Santo. Essi, predicando il Vangelo a tutti gli uomini, non dovevano limitarsi ad annunciare che il Figlio di Dio con la sua morte e risurrezione ci ha liberati dal potere di Satana e dalla morte e ci ha trasferiti nel regno del Padre, bensì dovevano anche attuare l’opera di salvezza che annunziavano, mediante il sacrificio e i sacramenti attorno ai quali gravita tutta la vita liturgica” (n. 6).

E ancora: “Per realizzare un’opera così grande, Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, e in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della messa, sia nella persona del ministro, essendo egli stesso che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso tramite il ministero dei sacerdoti, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti” (n. 7).

La Liturgia è la nostra partecipazione al dialogo eterno che avviene tra il Padre e il Figlio, nello Spirito.
Essa è innanzitutto preghiera di Cristo al Padre, a cui tutti gli uomini nella Chiesa sono chiamati a unirsi, anzi a cui partecipa, in certo modo, tutto l’universo creato.

La Liturgia, lode del Figlio al Padre, ci permette di rivivere, attraverso il distendersi dell’anno liturgico, così come in ogni suo atto, tutta la vita di Cristo, dall’Annunciazione a Maria all’Ascensione al Cielo. In questo modo ogni singolo fedele e la Chiesa intera vivono il compiersi dell’Antico Patto, che diventa così pienamente comprensibile e nello stesso tempo indispensabile pedagogia alla vita e alla persona di Gesù.
Il Primo Testamento e il Nuovo Testamento sono infatti interiormente uniti nell’unica Bibbia (cf. PONTIFICIA COMMISSIONE BIBLICA, Il popolo ebraico e le sue Sacre Scritture nella Bibbia cristiana, 24 maggio 2001, n. 1).

Ho pensato che fosse utile, anzi necessario, ritornare su questi temi, sia per la nostra Chiesa diocesana, sia in particolare per i presbiteri, chiamati in ragione dell’Ordine Sacro a presiedere la Sacra Liturgia. Vi annuncio con questa mia lettera che sto lavorando alla stesura di una Lettera Pastorale, la terza del mio episcopato, sul tema della Liturgia. Conto di rendere pubblico il testo alla fine del 2019 o all’inizio del nuovo anno. La Liturgia, ben celebrata e vissuta, è il cuore di ogni comunità e di ogni missione, soprattutto è il cuore della carità. Non possiamo amare se il nostro cuore non è rinnovato ogni giorno dall’amore che è Dio.
Giungiamo così all’altro scopo di questa mia breve lettera.
Oltre all’annuncio della mia prossima Lettera Pastorale, voglio infatti rivolgere un invito autorevole ai presbiteri della nostra Chiesa affinché, qualora ce ne fosse il bisogno, rileggano e meditino in profondità i principali testi del Magistero su questa materia, da Sacrosanctum Concilium alle “Introduzioni e Rubriche” dei libri liturgici, e considerino così quanto sia fondamentale, per la vita del loro popolo e in obbedienza alla volontà di Cristo che giunge a noi attraverso il Magistero della Chiesa, che la celebrazione della Liturgia non si discosti mai, per nessun motivo, da ciò che Cristo ci ha chiesto nel giorno della nostra ordinazione.

Prima che il vescovo imponesse le mani sul nostro capo, abbiamo infatti promesso solennemente davanti a Dio di impegnarci ad “adempiere degnamente e sapientemente il ministero della parola nella predicazione del Vangelo e nell’insegnamento della fede cattolica”, così come di “celebrare con devozione e fedeltà i misteri di Cristo secondo la tradizione della Chiesa, specialmente nel sacrificio eucaristico e nel sacramento della riconciliazione, a lode di Dio e per la santificazione del popolo cristiano”. Nel momento della consegna del pane e del vino ci siamo sentiti dire: “Ricevi le offerte del popolo santo per il sacrificio eucaristico. Renditi conto di ciò che farai, imita ciò che celebrerai, conforma la tua vita al mistero della croce di Cristo Signore” (cf. Pontificale romano. Rito dell’ordinazione dei presbiteri).

Tutto ciò cui ho fatto accenno all’inizio di questa mia lettera – e che vedrà una più distesa esposizione nella Lettera Pastorale – trova il suo centro nella celebrazione della Santa Messa.
Se la Liturgia non è altro che la vita di Cristo a noi donata nel tempo e ridonata al Padre, movimento in cui nasce e matura l’ecclesía, si può comprendere come l’evento centrale della vita del Salvatore, la sua Passione-Morte-Risurrezione, sia anche il centro della Liturgia, “la sua fonte e il suo culmine”, come si è espresso il Concilio (cf. Sacrosanctum Concilium, n. 10).
La celebrazione eucaristica, in particolar modo quella domenicale, è dunque il cuore infuocato delle nostre comunità e uno dei compiti più importanti del nostro ministero.

“Vi ho trasmesso quello che a mia volta ho ricevuto”, ha lasciato scritto solennemente san Paolo (cf. 1Cor 11,23). La Messa, sacrificio redentivo di Cristo che crea e ricrea ogni volta la comunità ecclesiale, non è perciò una realtà celebrativa di cui possiamo disporre a nostro piacimento senza tradire il lascito di Gesù e il nostro stesso ministero. Le norme che la Chiesa nel dispiegarsi dei secoli, nelle diversità dei riti, delle culture e delle lingue, ha di volta in volta fissato, stabiliscono un tracciato obbligato che non ci è lecito trasgredire. Certo, nella celebrazione liturgica non tutto è analiticamente normato: ci possono essere parole di introduzione o conclusione; vi è la preghiera dei fedeli (è superfluo qui aggiungere che anch’essa deve attenersi a quelle esigenze che fanno di questo momento della Messa un’autentica preghiera della comunità ecclesiale e non un’arbitraria e talvolta esagerata espressione di proprie storie, emozioni o vicende personali?); vi è soprattutto l’omelia, su cui tanto si è soffermato papa Francesco nella sua Esortazione Apostolica Evangelii Gaudium (nn. 135-144).

Al di fuori di questi momenti, la nostra saggezza presbiterale e soprattutto il rispetto verso il nostro popolo ci dicono che non dobbiamo e non sarebbe conveniente cambiare alcunché.
La tradizione recente della nostra Chiesa ci ha insegnato molto a riguardo dell’importanza della Sacra Scrittura nella vita del fedele e della comunità: Cristo ha voluto che la lettura della Scrittura restasse fondamentale nella memoria di Lui (come sappiamo dal suo incontro dopo la Risurrezione con i discepoli di Emmaus, cf. Lc 24,13-35).
Ecco perché le letture bibliche costituiscono la prima parte della Messa, inscindibile dalla Liturgia Eucaristica. Esse non possono essere sostituite, per nessun motivo, da altri testi, neppure di grandi santi o padri dello Spirito. E la loro proclamazione è affidata al presbitero o al diacono per quanto riguarda il Vangelo, al lettore per quanto riguarda gli altri brani.

Allo stesso modo dobbiamo attenerci alle parole del Messale durante tutto lo svolgimento della Liturgia Eucaristica. Il fatto che la Chiesa abbia affidato al vescovo e ai presbiteri – e a loro soltanto – di pronunciare le parole del Prefazio e del Canone – cui il popolo si inserisce con le acclamazioni – non dà nessun privilegio al prete. Egli agisce al posto di Cristo e non può attribuire a Lui parole che non siano le Sue.
Ne segue che è gravemente illecito associare i fedeli alle parole del Canone e addirittura chiedere loro di pronunciarne qualche parte. La celebrazione diventerebbe invalida quando fossero i laici a pronunciare le parole della Consacrazione.

Mi permetto di ricordare tutto ciò, che penso sia ovvio per la stragrande maggioranza di tutti noi, perché sento e vedo qua e là serpeggiare confusioni o manifestazioni erronee a riguardo di ciò di cui ho finora parlato.
Soprattutto desidero che il popolo cristiano non sia mai confuso e disorientato nella sua fede. È una grave responsabilità che tutti abbiamo e di cui dovremo, io per primo, rispondere a Dio.

Con la mia benedizione,

+ Massimo Camisasca