Intervento per il Convegno “Primo Mazzolari e Tonino Bello. Alleati per la pace e la giustizia sulle strade del mondo”

Castellarano
14-05-2019

Don Primo Mazzolari: la battaglia per la libertà

Don Primo Mazzolari (1890-1959), il parroco di Bozzolo, è stato sicuramente una delle figure più significative del cattolicesimo italiano della prima metà del Novecento. Patriota convintamente democratico, attraversò da capo a fondo il ventennio fascista, opponendosi alla dittatura e ad ogni forma di violenza (durante la guerra nascose e protesse molti antifascisti ed ebrei; dopo la guerra aiutò persone coinvolte con il fascismo ingiustamente perseguitate). Aperto nei confronti della modernità, anticipò nei suoi scritti tematiche che verranno poi sviluppate dal Concilio Vaticano II (come “la Chiesa dei poveri”; la libertà religiosa; il dialogo con i lontani; la distinzione tra errore ed erranti).

Non so come mio padre avesse incontrato don Primo Mazzolari o semplicemente il suo nome, la sua figura, né quando l’avesse incontrata. Agli inizi degli anni Cinquanta cominciai a notare che mio padre riceveva il quindicinale “Adesso”. Questo giornale era stato fondato nel 1949 da Mazzolari. Egli ne era stato anche il direttore. Nel 1951 “Adesso” fu però chiuso dall’autorità ecclesiastica. Le pubblicazioni ricominciarono qualche mese dopo, ma don Primo dovette lasciare la direzione del giornale. Egli avrebbe tuttavia continuato a scrivere articoli firmandosi con pseudonimi fino al 1954 (cinque anni prima della morte). Nuove sanzioni erano state infatti imposte a motivo di alcuni articoli controversi dedicati al tema della pace.

Io ero un lettore accanito di “Adesso”. Frequentavo allora le scuole elementari, leggevo tutto ciò che trovavo in casa, e “Adesso” era una delle mie letture più attente e anche più scioccanti.

Mi ricordo il sottotitolo: “Ma adesso chi non ha una spada, venda il mantello e ne compri una” (Lc 22,36). Una frase del Vangelo che non avevo mai notato. Da questo capivo che “Adesso”, cui collaborò anche don Milani, era un testo di battaglia. Una battaglia che Mazzolari e i suoi amici compivano all’interno della Chiesa e della società. Naturalmente, piccolo com’ero, non potevo comprendere i termini storici di questa battaglia. Ma la scrittura di “Adesso” mi affascinava.

Il giornale era soprattutto un invito alla libertà. In particolare alla libertà dagli schemi con cui si guardava normalmente la realtà politica, sociale ed ecclesiale del nostro Paese. E perciò, a poco a poco, cominciai anche, man mano che uscivano, a leggere i libri che parlavano di Mazzolari, o quelli che raccoglievano i suoi scritti, le sue omelie. In casa mia entrarono anche i libretti editi da La Locusta, che pubblicavano alcuni testi di Mazzolari: ricordo “La parrocchia” (1957); Tu non uccidere (1955)[1]; “La parola che non passa” (1953). E poi altri testi: “Impegno con Cristo”, del 1943; “Il compagno Cristo, Vangelo del reduce”, del 1945; “Accettiamo la battaglia”, del 1947; “I preti sanno morire”, del 1958 (pubblicato un anno prima della sua morte). Non ho mai più dimenticato quelle pagine. Nei titoli c’è già tutto un programma. Ascoltai anche dei dischi con la sua voce: “Fratello Giuda”, lo ricordo bene, era il titolo di uno di questi.

Vorrei citare un brano, tratto da “Coscienza sociale del clero” (testo del 1947), che mi sembra essere cifra sintetica del pensiero di don Primo, e molto significativo anche per noi oggi:

“Per camminare bisogna uscire di casa e di Chiesa, se il popolo di Dio non ci viene più; e occuparsi e preoccuparsi anche di quei bisogni che, pur non essendo spirituali, sono bisogni umani e, come possono perdere l’uomo, lo possono anche salvare. Il cristiano si è staccato dall’uomo, e il nostro parlare non può essere capito se prima non lo introduciamo per questa via, che pare la più lontana ed è la più sicura. […] Per fare molto bisogna amare molto”.

Desidero fare tre rilievi alla luce di queste parole. Innanzitutto don Mazzolari, come alcune altre figure importanti della Chiesa in Italia negli anni Cinquanta (penso a Chiara Lubich o a don Giussani), aveva una chiara percezione dell’inizio di quella crisi che sarebbe poi sfociata nel Sessantotto (una fede ridotta a ritualismo e a moralismo non incide nella società). In secondo luogo, egli indica la necessità di incontrare ogni uomo in tutti i modi possibili. Le persone vanno incontrate sul piano umano, entrando nei loro ambienti, conoscendo le loro storie, capendo tutti i loro bisogni (anche quelli più elementari e più bassi). Incontrare l’uomo così come esso è, significa vivere la carità. E la carità è la luminosità della fede. Da ultimo: per don Mazzolari era chiaro che la parola cristiana da sola non basta. Essa deve essere accompagnata dal “molto amore”, compito di ogni battezzato e specialmente dei sacerdoti. Sull’amore, infatti, sarà giudicata la nostra vita (cf. Mt 25).

Papa Francesco il 20 giugno 2017 si è recato sulla tomba di don Primo, ed ha affermato che il suo era uno sguardo misericordioso ed evangelico sull’umanità, uno sguardo che lo ha portato “a dare valore anche a una necessaria gradualità: il prete non è uno che esige la perfezione, ma che aiuta ciascuno a dare il meglio”. L’esempio di don Mazzolari ci indica le vie della semplicità (che non significa superficialità), del realismo e della pazienza come le strade giuste per incontrare e amare l’uomo.

Mi colpiva molto da ragazzo, negli scritti di Mazzolari, il tema dei poveri. Si tratta di un tema che allora non sentivo affrontato nella Chiesa, che sentivo soltanto da lui. Nel suo diario ho trovato queste righe: “Chi vuol essere fedele al Vangelo deve essere disposto a preferire la povertà alla ricchezza… e tra le forze, l’Amore, e tra i privilegi, il più pericoloso: la libertà”. Il suo era un modo non sociologico, ma profondamente evangelico di affrontare la realtà dei poveri tra noi.

Ma ancor di più mi impressionava il fatto che intorno a questo prete fosse nata una comunità di persone: in lui c’era un dono particolare, che attirava, ben al di là della sua parrocchia e dei suoi scritti. Molti lo cercavano e lo seguivano: questo elemento è importante per comprendere che davvero Dio ha utilizzato la sua persona per dire alla Chiesa una parola vera e feconda.

Non possiamo poi dimenticare le difficoltà che don Mazzolari ha dovuto affrontare all’interno della Chiesa – difficoltà che io, da ragazzo, venni a conoscere solo in un secondo momento. In più di un’occasione fu contestato dalla gerarchia, per le sue parole ardite e controcorrente.

Ricordo di aver letto un suo libro, “Anch’io voglio bene al papa” (1942), dedicato a Pio XII. Papa Giovanni lo avrebbe rilanciato all’attenzione di tutta la Chiesa italiana. Celebre è la definizione che Roncalli diede di don Mazzolari: “La tromba dello Spirito Santo nella Bassa Padana”. Montini, quando era ancora arcivescovo di Milano, era attento all’opera di Mazzolari. I due si conoscevano. Nel 1957 Montini lo volle tra i predicatori della Missione per Milano (il tema dei poveri e l’interrogativo circa la missione della Chiesa sono ricorrenti anche negli scritti milanesi del futuro Paolo VI). Don Mazzolari era considerato dall’arcivescovo di Milano un “sacerdote di grande spirito e di singolare virtù, portato alla critica dei vicini e alla bontà per i lontani”. Montini ammetteva anche che questo modo di fare creava non pochi problemi e tensioni. Ma nel 1970, divenuto Paolo VI, avrebbe detto: “[don Mazzolari] Camminava avanti con un passo troppo lungo e spesso noi non gli si poteva tener dietro! E così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. È il destino dei profeti”.

E così per me il ricordo di don Primo Mazzolari è inscindibile dal ricordo della mia crescita, di ragazzo e di adolescente. Dal ricordo di mio padre e da quella domanda che non gli ho mai fatto: come hai conosciuto Mazzolari? Chi te lo ha fatto conoscere? Perché lo leggi? Perché ti sei abbonato ad “Adesso”? Una domanda che ormai devo assolutamente rinviare oltre il tempo.

[1] In questo scritto don Mazzolari, impressionato anche dagli effetti della bomba atomica, attacca la “teoria della guerra giusta” in nome di un’opzione preferenziale per la non violenza e per la giustizia, intesa come “altra faccia della pace”.