Convegno ‘Chiesa e mafia: una coabitazione troppo pacifica?’

- Reggio Emilia, Università
17-05-2013
Saluto al Convegno organizzato dalla Provincia di Reggio Emilia sul Servo di Dio don Pino Puglisi: “Chiesa e Mafia. Una coabitazione troppo pacifica?” . Il convegno si è svolto a Reggio Emilia presso l’Aula Magna “Pietro Manodori” dell’Università. Il testo è stato letto da don Gianni Bedogni, direttore dell’Ufficio diocesano di Pastorale sociale e del lavoro.
 
Eccellenza Reverendissima,
Gentile Signora Presidente della Provincia,
Magnifico Prorettore,
Egregio dottor Nicaso,
impossibilitato ad esserlo di persona, desidero farmi presente con questo mio breve scritto al convegno che la Provincia di Reggio Emilia ha promosso sulla figura di don Puglisi. È tra voi anche un mio delegato, don Gianni Bedogni, direttore dell’Ufficio diocesano di pastorale sociale.
 
Mancano pochi giorni alla beatificazione di don Pino Puglisi. È questo innanzitutto un motivo di gioia e di gratitudine a Dio per un dono che viene fatto non solo alla Chiesa, ma a tutti gli uomini. «La sua azione pastorale nella logica dell’incarnazione si è svolta nella ferialità di una vita “normale” – affermano i vescovi siciliani nel messaggio diffuso nelle scorse settimane –, senza compromessi, senza protagonismi, senza vetrine mediatiche, testimoniando nella quotidianità della vita la fedeltà al suo ministero sacerdotale e l’amore alle persone a lui affidate. Questo schietto modo di essere di don Pino Puglisi – leggiamo ancora nel messaggio – incoraggia tutti noi […] ad attingere alla Parola di Dio e all’Eucarestia il sostegno necessario per la nostra missionarietà nella diffusione del Regno di Dio e per la promozione dell’uomo».
 
Don Puglisi è stato innanzitutto un sacerdote, un uomo innamorato di Cristo e per questo interessato all’uomo. Non fu una generica filantropia o un utopico senso di giustizia a renderlo intrepido testimone della libertà in un contesto sociale piagato dalla presenza della mafia. Dalla sua fede è nata la sua libertà. Un’autentica passione per Cristo genera uomini liberi. Liberi dalla tentazione del potere e del borghesismo. Liberi dagli schemi che non lasciano spazio alla fantasia della carità.
 
Ma il titolo del convegno – Chiesa e mafia. Una coabitazione troppo pacifica? – ci provoca ad una riflessione più specifica. Don Pino Puglisi è stato ucciso dalla mafia in odio alla fede. In prima istanza, come abbiamo detto, questo fatto ci colpisce per la testimonianza di fede del Servo di Dio. Ma nello stesso tempo non possiamo ignorare il contesto in cui si è svolta tale testimonianza, segnato dalla violenza, dell’omertà e dalla connivenza con una cultura e una mentalità totalmente estranee non solo al cristianesimo, ma ad ogni forma di umanesimo. Non voglio entrare nel merito del delitto che si consumò la sera del 15 settembre 1993, dopo soli quattro mesi dallo storico ammonimento ai mafiosi di Giovanni Paolo II nella Valle dei Templi di Agrigento. Dico solo che tale delitto segna uno spartiacque definitivo nei rapporti tra l’Italia e la mafia, tra la Chiesa e la mafia. Questo martirio ha reso evidente la necessità di una presa di posizione ancor più chiara e scevra da compromessi da parte della Chiesa: se i mafiosi sono uomini che la Chiesa non si stanca di richiamare a conversione, pentimento e riparazione, la mafia e tutto ciò che essa rappresenta è incompatibile con il Vangelo. Occorre un lavoro paziente e diuturno per educare le nuove generazioni a non cedere ai ricatti di una mentalità di tal genere. E per farlo occorre educare alla libertà, alla bellezza, alla giustizia. Occorre tornare a scoprire il fascino del bene, il gusto del lavoro, la nostra vera statura di uomini e donne. Certo, non è facile tutto ciò: non è facile quando si ha a che fare con un nemico subdolo che approfitta della mancanza di lavoro, dell’apprensione per il futuro dei nostri figli e che spesso si nasconde dietro apparenze positive come l’amicizia, l’onore, lo spirito di appartenenza, il valore della famiglia, la disponibilità a dare la vita per la difesa dei propri ideali. Sono parole che potrebbero descrivere la grande tradizione della nostra Italia. Eppure la mafia le ha staccate dal loro fondamento e le ha riempite di significati opposti. Ha costruito una “cultura” alternativa, una “chiesa alternativa”, scimmiottando valori fioriti soprattutto nella nostra tradizione cristiana. Occorre dunque uno scatto d’orgoglio da parte di tutti. Dobbiamo riappropriarci dei nostri valori e riscoprire la nostra dignità.
 
In questa lotta, a tratti drammatica, la testimonianza di don Puglisi ci raggiunge come un faro di speranza, ci incoraggia e ci dice che è possibile vivere da uomini. Esprimo, dunque, tutto il mio apprezzamento per iniziative come questa che contribuiscono a far conoscere un grande testimone della fede del nostro tempo e alimentano uno sguardo positivo in tutti noi.
Profitto della circostanza per ringraziare S. E. Mons. Vincenzo Bertolone che tanto ha lavorato per portare a compimento la causa di beatificazione. Su tutti invoco la protezione e il sostegno del nuovo Beato.
+ Massimo Camisasca