Il 28 febbraio, dopo la storica decisione di lasciare il ponteficato, Benedetto XVI continua ad essere pastore nella preghiera e nel silenzio.
Sono in piazza san Pietro, in questa domenica senza Angelus recitato dal Papa. Prima sono stato a Castel Gandolfo, dove il Papa, il Romano Pontefice emerito, si trova in attesa che sia pronta per lui la residenza all’interno del Vaticano. Si respira un’aria diversa, in piazza San Pietro; gli occhi sono rivolti alla finestra dello studio del Papa, quasi ci si aspettasse di vedere il suo volto, di ascoltare la sua voce, il suo invito ad accompagnarlo in questa ultima parte del cammino del pellegrino Joseph Ratzinger, per quasi otto anni Pontefice.
Le sue parole, quelle poche pronunciate il tardo pomeriggio del 28 febbraio, restano nella memoria; un Papa che prima si era definito un semplice umile lavoratore nella vigna del Signore e che ora parla da pellegrino. Immagine che riporta alla mente altre parole che il cardinale Carlo Maria Martini amava ripetere, e cioè, che le età della vita, nel proverbio indiano, sono quattro: la prima è l’età in cui si impara, si apprende. È l’età che accompagna le tante domande dei bambini e nascono dal desiderio di capire, dalla curiosità e dalla meraviglia che suscita l’esperienza della esistenza. Il secondo passo è l’età in cui si insegna ciò che si è appreso, è l’età della giovinezza, dei grandi sogni. La giovinezza è anche il tempo dei grandi amori e delle grandi speranze. Poi arriva la terza età, il tempo in cui ci si ritira nella foresta, per il proverbio indiano. È l’età adulta, il tempo in cui l’uomo ha una visione più ampia della realtà. Il tempo in cui andare nella foresta non come fuga dalla realtà, ma come tempo per capire meglio la realtà. Quanto più si cresce in responsabilità, sembra dire a tutti noi il proverbio indiano citato spesso dal cardinale Martini, tanto più è necessario avere un tempo per riflettere, momenti di ritiro e di silenzio.
Infine l’ultima fase della vita è individuata nella uscita dalla foresta, tempo in cui la persona, da anziano, impara a mendicare, cioè si rende conto che la vita ha altri ritmi; che ad un certo punto si deve avere il coraggio di accettare i limiti e accogliere come dono l’aiuto dell’altro, e godere di questo fatto.
Diceva il cardinale Carlo Maria Martini: “I vecchi devono imparare a ritirarsi dalle loro responsabilità e contemplare maggiormente l’unità delle cose”. Ecco allora che la scelta di Papa Benedetto - permettetemi ancora di chiamarlo Papa e non Papa emerito - è di quelle che fanno riflettere, che lasciano il segno. Che anticipano i tempi. Il Papa non lascia, continua in altro modo: non lo vediamo, ma è ancor più presente di quando si affacciava per la preghiera dell’Angelus, perché le sue parole oggi fanno memoria, ci interrogano, ci fanno riflettere. E non solo le parole che chiedono di scegliere tra l’io e Dio.
Benedetto XVI, dunque, sceglie di rinunciare, lo abbiamo sentito, perché, dice, ci vuole un Papa meno anziano e con maggiori energie. Ma sono le energie fisiche che stanno scemando. Le parole danno maggiore forza e nuove energie: “la Chiesa è un corpo vivo, animato dallo Spirito Santo e vive realmente dalla forza di Dio. Essa è nel mondo, ma non è del mondo: è di Dio, di Cristo, dello Spirito”.
A Castel Gandolfo il Papa rimane celato alla gente, ma quanto mai presente; e si avverte in questa prima domenica senza Angelus. Fedeli e turisti hanno voluto salire nella cittadina dei colli romani proprio per fermarsi nella piazza davanti il palazzo che da 400 anni accoglie il Papa nei suoi soggiorni estivi, e nei momenti di riposo. È una presenza che si avverte, dicevo; ma che è rispettata nella sua riservatezza, nella volontà di essere lontano ma quanto mai vicino.
Nel giorno del suo compleanno, lo scorso anno, ricordò il suo battesimo e fece una riflessione sull’acqua della fonte battesimale: “Penso che possiamo considerare quest’acqua - disse il 16 aprile 2012 a Castel Gandolfo - come un’immagine della verità che ci viene incontro nella fede: la verità non simulata, ma incontaminata. Infatti, per poter vivere, per poter diventare puri, abbiamo bisogno che ci sia in noi la nostalgia della vita pura, della verità non travisata, di ciò che non è contaminato dalla corruzione, dell’essere uomini senza macchia”.
Un Papa che pensa e parla così non lascia, non si ritira a “vita privata”; sceglie un altro modo per essere accanto alla chiesa, ai fedeli. Un altro modo di essere Papa. Non Romano Pontefice emerito, dunque, ma Papa che prosegue, nella preghiera e nel silenzio, il suo compito di pastore.
FABIO ZAVATTARO