Omelia nella Solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù. Concelebrazione con tutti i sacerdoti della diocesi di Reggio Emilia – Guastalla

Reggio Emilia, Cattedrale, 19 giugno 2020

 

Cari fratelli,

dopo un lungo periodo di distanziamento possiamo vivere finalmente la gioia della Pasqua tutti assieme.

Saluto con grande affetto i vescovi Adriano, Luciano, Paolo che sono qui a concelebrare con noi anche nel ricordo del vescovo Paolo che ci ha lasciati proprio in questo periodo di distanza. Ricordiamo anche i nostri fratelli presbiteri che ci hanno lasciato in questo periodo. Ricordiamo in questa santa messa tutti coloro che sono nella prova per le perdite che hanno avuto nelle loro famiglie.

Ricordiamo i malati, ricordiamo con gratitudine tutti quanti si sono offerti con la loro vita per assistere, curare e alleviare le ferite.

Ricordiamo tutto il nostro Paese in questo momento certamente non facile della vita e dell’economia, affinché ci siano dati governanti all’altezza di questo momento, capaci di iniziativa, di visione, di decisione onde poter affrontare le difficoltà gravi che troveremo soprattutto nei prossimi mesi.

Non dimentichiamo mai che la gran parte della vita profonda sulla terra dipende dal rapporto degli uomini con Dio e non dimentichiamo mai soprattutto che molto dipende dal nostro rapporto con Dio. Se la Chiesa è l’inizio del Regno la nostra conversione è l’inizio del rinnovamento di tutta la terra.

Perciò iniziamo questa liturgia con un sincero atto di contrizione chiedendo a Dio il perdono delle nostre colpe.

 

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Cari fratelli,

innanzitutto ancora vi saluto, secondo l’intenso e per noi essenziale, saluto liturgico: il Signore sia con voi. In questo saluto sta tutto il senso e il fondamento della nostra vita personale. Saluto con voi ancora i vescovi, cari fratelli e padri per me, e anche tutti gli altri fedeli qui presenti, che rappresentano la nostra Chiesa.

Il primo sentimento che provo oggi è un sentimento di gioia, la gioia di rivedervi. Abbiamo vissuto questi mesi attraverso gli schermi televisivi, gli schermi dei computer e degli smartphone. Ma non si può vivere di schermi. Essi possono essere un’importante, in taluni casi, necessaria e benedetta occasione di comunicazione. Certamente se non ci fossero stati questi schermi sarebbe aumentata la solitudine, ma in taluni casi gli schermi stessi hanno aumentato la solitudine perché laddove l’uso troppo frequente di essi invade la vita, nasce un senso di frustrazione e i volti diventano ombre che si cerca di afferrare ma non diventano mai corpi.

Abbiamo bisogno del corpo. La Chiesa non è una realtà virtuale, la comunità è una realtà fisica. Abbiamo bisogno di fisicità e questa fisicità che, a poco a poco, ci viene restituita ci dà il senso profondo della comunità.

Dio si è fatto carne, ha radunato attorno a sé degli uomini e questa comunità spirituale ma non spiritualistica, materiale non materialistica, così come, per analogia, nell’unità delle nature umane e divine in Cristo, realizza nel tempo l’unità fra il cielo e la terra.

Abbiamo bisogno di spirito e di corpo perché siamo spirito e siamo corpo. Dobbiamo tenere presente questo per le nostre comunità.

Questi mesi ci hanno dato il dono, pieno di grazia, di tante iniziative nelle nostre comunità, attraverso il web. Iniziative di preghiere, di catechesi, di amicizia, iniziative di conforto. Questa creatività ci ha dato, anche nell’assenza, il senso profondo della fisicità nella comunità: la comunità che vive nell’universo e di cui il Signore Gesù Cristo è il capo, si realizza attraverso rapporti personali che non possono mai mancare. Anche la forma più anacoretica di vita non può perdere questo significato. Anche le forme più strette di silenzio, come la trappa o la certosa prevedono al proprio interno dei momenti di comunione fraterna, ineliminabili.

Il Padre ha voluto e Gesù ha realizzato un popolo, piccolo o grande che sia, che vive dentro la bellezza dei rapporti.

Vi ringrazio a questo proposito per tutto lo sforzo che avete fatto assieme ai nostri uffici pastorali per la ripresa delle messe con il popolo e per vedere che cosa sarebbe stato possibile realizzare durante l’estate.

La nostra vita è stata fortemente penalizzata e talvolta non abbiamo trovato adeguato ascolto nei vertici dello stato, quasi che la famiglia cristiana fosse una realtà marginale, da non nominare.

In realtà il servizio che la comunità cristiana fa per l’educazione delle persone, soprattutto dei piccoli con le scuole materne per la coesione sociale, per l’educazione dei ragazzi, non è qualcosa di privato, è qualcosa di pubblico e come tale va rispettato e va accolto.

Esprimo la mia gratitudine per chi in questi mesi ha collaborato con il vescovo, ciascuno al proprio posto, con grande obbedienza alle indicazioni date. Ho ammirato in voi tutto questo. Anche il sacrificio e l’equilibrio. Non è facile passare da una attività intensa al distanziamento per mesi e poi ritornare all’attività. Non è facile per il vescovo, immagino che non sia facile per molti di voi. Ci sono stati chiesti dei cambiamenti repentini che hanno messo a prova la tenuta della nostra mente, della nostra sensibilità e che richiedono perciò silenzio, preghiera, accoglienza e anche riposo. Avete diritto a un po’ di riposo perché il periodo del distanziamento non è stato necessariamente un periodo di riposo. Ci siamo dovuti reinventare le giornate. Alla sera ci si sentiva stanchi nonostante ci sembrasse di aver fatto così poco.

 

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Esco da queste battute iniziali per entrare in questa occasione che ci è data, in questa festa, solennità del Sacro Cuore di Gesù che per noi si riallaccia significativamente al giovedì santo. Ci saremmo dovuti trovare, come ogni anno, per la messa crismale, per il rinnovo delle nostre promesse fatte nel momento dell’ordinazione, per ritirare gli oli, per dirci Buona Pasqua, per sperimentare ancora una volta la realtà sacramentale e reale della nostra comunione presbiterale. Così non è stato possibile. Quindi lo facciamo oggi in una festa che si ricollega direttamente al giovedì santo.

Il giovedì santo è il giorno della lavanda dei piedi e della istituzione dell’eucarestia, due misteri che ci collegano all’evento della morte e resurrezione di Gesù.

Ebbene, l’immagine del cuore racchiude in sé tutto questo. Ciò che là, nel Cenacolo, è avvenuto e avviene ogni giorno nella nostra vita attraverso la celebrazione dell’eucarestia, la nostra predicazione, la nostra carità, l’educazione dei nostri cristiani, è come accolto e racchiuso nell’immagine del cuore. Il cuore di Gesù, il cuore trafitto da cui sgorgano sangue ed acqua.

Oggi capiamo che Gesù ci ha amati e ci ama divinamente con un cuore umano e divino. Questa unità in Lui, per noi inimmaginabile, tra la natura divina e quella umana ci fa almeno intuire che l’amore del suo cuore di uomo non aveva confini. Li amò fino alla fine (Gv 13,1). Dobbiamo immergerci in questo amore senza confini per imparare, per ricevere anche noi qualcosa di questo amore che ci supera sempre da ogni parte, che ci sembra talvolta irraggiungibile, talvolta anche ingiustificabile di fronte ai nostri tradimenti e che, invece, ritorna sempre, sempre ad essere il primo: “Vi ho amato per primo”.

Solo alla luce di questo cuore possiamo comprendere la nostra vocazione: egli ci ha voluti, ci ha donato la conoscenza di sé e l’amore di sé nel mistero del battesimo, ci ha scelti, noi, gli ultimi, i più miseri, perché potessimo, dal fondo della nostra miseria, trovare la ragione della nostra dedizione. Dall’ingiustizia della nostra elezione, trovare quel sentimento di risposta alla sua misericordia che ci dovrebbe rendere disponibili ad ogni evento.

Al cuore del cristianesimo, cari fratelli, c’è un evento affettivo. Il cuore della nostra vita è un evento affettivo. Ed è un evento di conoscenza soltanto in quanto è un evento affettivo. È perché egli ci ha amato e ci ama che possiamo conoscerlo e la conoscenza di Dio e dei fratelli consiste effettivamente nell’amore.

A secondo dei temperamenti, queste espressioni possono diventare anche fonte di sentimenti o anche lasciarci apparentemente nell’aridità. L’aridità degli ultimi anni di tanti santi, di lunghi periodi delle vite di tanti santi, ci deve spronare alla considerazione che l’accoglienza di questo amore non è sempre suscitatrice di sentimenti, non è suscitatrice di esperienze mistiche, ma per tutti noi si deve esprimere almeno nella disponibilità totale a ciò che lui chiede. In fondo il “sì” racchiude in sé ogni mistica e ogni ascesi. Soltanto nel “sì” comprendiamo la strada possibile del nostro ritorno a Dio.

Abbiamo sentito nella prima lettura che l’amore del Padre per il Figlio si riversa sul popolo che ha eletto: ecco l’origine della Chiesa e del nostro posto nella Chiesa.

Abbiamo sentito anche le parole molto dure con cui si conclude la pericope che la liturgia ci ha proposto:”Quelli che mi odiano li annienterò”.

Come leggere queste parole? Esse ci stanno a dire che l’atto di Dio per noi, atto di misericordia e di salvezza, chiede una risposta, non può essere da noi trattato come qualcosa di dovuto. Dio esige un contraccambio. Certo, il nostro povero e misero contraccambio può essere tradito e dimenticato mille volte, ma Dio lo esige perché esige la nostra libertà.

 

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Infine, il cuore del Vangelo di Matteo. Il punto che ho ritenuto è questa esclamazione di Gesù ai suoi piccoli. Noi non siamo i potenti, siamo i piccoli. Abbiamo consapevolezza di essere i suoi piccoli? Coloro che si mettono alla sua scuola, che entrano ogni giorno nella sua casa, che ogni giorno vivono delle sue parole e delle sue azioni? Venite a me per trovare il ristoro (Mt 11,28). Riporto a voi la domanda che in questo tempo di lock-down ho fatto molte volte a me: dove cerchi, vescovo Massimo, il tuo riposo? Non è sempre facile trovare riposo in lui. Non perché lui non sia a nostra disposizione, ma perché il nostro cuore, a volte, cerca riposo in altro, distratti come siamo, poveri come siamo, incoscienti come siamo, cerchiamo riposo in altro da Cristo. Così la nostra vita si dissipa in una continua ricerca che non trova appagamento.

Concludo questo mio incontro con voi leggendovi una riflessione che ho scritto sul tema dei miti e degli umili di cuore.

Nel vangelo che abbiamo proclamato in questa liturgia abbiamo ascoltato queste parole: Venite a me voi tutti che siete stanchi e oppressi e io vi darò ristoro. Prendete il mio giogo e imparate da me che sono mite e umile di cuore e troverete ristoro per la vostra vita. Il mio giogo infatti è dolce e il mio peso leggero (Mt 11,27-30).

Che cos’è questo giogo? Quante volte mi sono chiesto, imbattendomi in questi meravigliosi versetti del capitolo 11 di Matteo, che cos’è questo giogo? Tutti sappiamo che la tradizione biblica utilizza l’immagine del giogo per indicare il legame del Popolo a Dio e, di conseguenza, la sottomissione alla sua volontà espressa nella legge.

Al tempo di Gesù si parlava frequentemente del giogo della Torà, del giogo dei comandamenti, ma anche del giogo della sapienza, della penitenza. Si trattava dunque di fare qualcosa, con fatica, con dedizione, con mortificazione per diventare migliori.

Gesù dice oggi a noi di prendere un altro giogo, non diverso dal primo, ma più profondo, il suo. Certo, qui c’è anche la polemica con i farisei, ma che cos’è questo suo giogo? Sono le sue parole, le sue azioni e il suo cuore.

Nel giogo di Cristo la sapienza e la legge trovano il loro vertice, non diventano più un’obbligazione o uno sforzo di apprendimento, ma un dono che trasforma il cuore dall’interno.

Quindi questo suo giogo è, come ha detto Gesù, tutta la legge che si raccoglie nei due comandamenti: Ama Dio con tutto il tuo cuore, con tutto te stesso, con tutta la tua anima e le tue forze e ama il prossimo come te stesso (cf. Mt 22,37-39).

Come possiamo vivere questo? Come possiamo stare sotto questo giogo dolce? Nell’amore. Ce lo ha detto Gesù: Venite, venite, imparate da me che sono umile e mite (Mt 11,29).

Signore, cosa vuol dire mite? Ho pensato: paziente, mansueto, docile come l’agnello che offre il collo ai suoi uccisori. Forse per noi reggiani non è tanto facile questa virtù della mitezza, dobbiamo impararla da Gesù.

Gesù è entrato con semplicità, con disponibilità, con leggerezza in tutte le ore della sua vita terrena, incontrando i poveri, i peccatori, ma anche gli scribi e i farisei e anche nelle terribili ore della sua passione, vivendo l’esperienza della mitezza, cioè affermando non la mia, ma la tua volontà (Lc 22,42). “Non mi sono rapportato a te, o Padre, per catturarti al mio volere, non mi sono rapportato a voi, o uomini, per fare di voi delle varianti della mia volontà”.

Con la parola “cuore” la Bibbia indica il punto più profondo dell’intimità della persona, quel punto che è accessibile e visibile dalle nostre azioni. Oggi ci insegna che il cuore di Gesù è l’umiltà, cioè l’assenza di orgoglio e di possesso. Egli non ha voluto trattenere qualcosa per sé, come ci insegna san Paolo nella lettera ai Filippesi (cf. Fil 2,6-7), ma vive per gli altri, vive per noi e in questa continua donazione trova la sua realizzazione e la sua gioia.

Io per primo devo tornare ad imparare, per poter trovare ristoro nella mia vita, imparare da Gesù. Impariamo dal Signore, stiamo alla sua scuola, imitiamolo e la nostra vita scoprirà la sua pace.

Il nostro ministero presbiterale diventa bello e fecondo soltanto quando rinunciamo a noi stessi, alle nostre testardaggini e cominciamo a copiare Gesù. Copiare è la virtù dei santi. La gente a cui noi siamo mandati si accorge, quasi istintivamente, se un sacerdote, attraverso la preghiera e nella vita di ogni giorno, chiede al Signore l’umiltà.

Diventiamo imitatori del Maestro e rinunciamo ad affermare noi stessi. È l’insegnamento di Gesù per tutti noi oggi. Vorrei che fosse anche la preghiera reciproca di ciascuno di noi per tutti gli altri e anche la preghiera di ciascuno di voi per il vescovo che, anche se ha settantaquattro anni, vorrebbe cominciare a mettersi alla scuola di Gesù.

Questo è un grande, importante insegnamento di Gesù. Non c’è stagione della vita in cui non si possa ricominciare. Ogni stagione è la prima, ogni giorno è il primo, anche se può essere l’ultimo.

Auguro a tutti voi questa freschezza dello spirito. Così sia.