Omelia nella santa Messa di Pasqua

Il testo dell’omelia preparato dal vescovo Massimo Camisasca per la Veglia Pasquale del 3 aprile 2021 in Cattedrale a Reggio Emilia.

l’annuncio che la Chiesa rinnova ogni anno: “Cristo è risorto, egli è veramente risorto!”, non nasce da una infatuazione dei primi cristiani, da un mito che ha sostenuto la nascita della Chiesa, da una tradizione senza fondamento che sarebbe arrivata fino a noi.

No, quell’annuncio trae origine da un evento storico. Se nessuno ha potuto assistere alla resurrezione, tranne il Padre e gli angeli, molti hanno visto il Risorto. Dalla loro fede e testimonianza, dai quaranta giorni che Cristo, dopo la resurrezione, ha passato apparendo sulla terra fino alla sua definitiva ascesa al Padre, trae origine la storia di un popolo che è giunta fino a noi, tanto è vero che noi oggi proclamiamo con la stessa gioia di allora, anzi con una gioia moltiplicata: “Cristo è veramente risorto!”.

 

Durante le letture che abbiamo ascoltato in questa [nella] notte santa ci è stata presentata una lunga vicenda che dalla creazione, attraverso la fede di Abramo, la liberazione dalla schiavitù dell’Egitto e gli annunci dei profeti, ci ha portati a contemplare l’evento dell’Incarnazione e, infine, la Pasqua di Gesù da cui è scaturito il battesimo, l’evento che ci innesta nella sua vita, che ci rende partecipi della sua sepoltura e della sua vita nuova. Se siamo stati intimamente uniti a lui con una morte simile alla sua, lo saremo anche in una resurrezione simile alla sua… Se siamo morti con Cristo crediamo che anche vivremo con lui, sapendo che Cristo risorto dai morti non muore più (cfr. Rom 6).

 

È di fondamentale importanza riaffermare davanti a tutto il mondo che la resurrezione di Cristo non è una fiaba. Abituati come siamo ormai dalle serie televisive e, più in generale, dai mass media e dai social, a considerare che tutto è vero e tutto è falso, che tutto è storia e tutto è favola, possiamo equiparare il racconto della resurrezione e l’esperienza tra noi del Risorto ad una storia bella, inventata dai nostri nonni o dai nonni dei nostri nonni per rassicurarci e rendere più lieto l’inizio della primavera. Non si tratta assolutamente di questo. Così come nessuno di noi oserebbe mettere in dubbio l’esistenza e i fatti principali della vita di Cesare Augusto o di Napoleone, allo stesso modo i Vangeli costituiscono una documentazione storica altrettanto importante sulla vita, morte e resurrezione di Gesù.

Certo, i Vangeli non hanno né la pretesa né lo scopo di farci una cronaca giornalistica dell’accaduto. Essi vogliono piuttosto veicolare un evento, cioè un fatto storicamente accertabile con tutte le conseguenze che esso ha per la nostra vita. Il loro è un racconto, ma anche un annuncio. È un testo di storia, ma anche di teologia. La storia, lo sappiamo, si fonda sui documenti, sulle testimonianze. Gli eventi del passato nella loro interezza ci sfuggono, ma possiamo accostarci ad essi attraverso coloro che in un modo o in un altro ne sono stati testimoni e partecipi. Così è per i Vangeli e gli altri scritti del Nuovo Testamento. Scrive Ratzinger nell’introduzione al primo volume del suo Gesù di Nazaret: «Io ho fiducia nei Vangeli […]. Io ritengo che questo Gesù – quello dei Vangeli – sia una figura storicamente sensata e convincente» (pp. 17-18).

 

Dopo la morte di Gesù e la dispersione degli Apostoli, nessuno poteva immaginare che di lì a pochi giorni tutto sarebbe ricominciato. Il martirio di Stefano e di Giacomo a Gerusalemme, la conversione di Paolo, la nascita delle prime comunità in tutto l’Impero non possono essere spiegate con una fiaba. Non si dà la vita per dei personaggi inventati. Soprattutto non si cambia l’esistenza, non si passa da nemici ad amici, da sconosciuti a fratelli, soltanto per dei testi fondativi. È occorso qualcosa di infinitamente più grande e decisivo.

Tutto ciò ci parla del carattere unico di questo evento storico, che non solo è accaduto nel passato, ma continua ad accadere perché il suo protagonista è vivo. Entrato nell’eterno, egli continua ad agire nella storia, ad essere presente nelle forme che egli stesso ha indicato ed è quindi contemporaneo ad ogni epoca dell’umanità. La sua storicità, quindi, non si basa solo sui documenti e sulle testimonianze come per tutti gli altri eventi della storia, ma anche sull’esperienza presente di coloro che lo incontrano oggi.

 

La Chiesa nasce in piccole comunità destinate poi a invadere l’Impero solo perché la donazione di Cristo, iniziata sulla croce, si manifesta capace di vincere il tempo, il male e la morte e di compiersi nell’effusione dello Spirito, una forza aggregativa che cambia la mentalità delle persone e converte i loro cuori.

Il cristianesimo nascente non si propone semplicemente come un gruppo di amici che si radunano per commemorare il fondatore di una setta o per leggere i suoi scritti. Essi sono consapevoli che Egli è vivo, invisibile e visibile nello stesso tempo. Invisibile, perché è tornato al Padre, cioè alla sua vita originaria, ma visibile perché egli ha detto: “chi incontra voi incontra me, che accoglie voi accoglie me”. Ha stabilito un legame stretto tra sé e i suoi discepoli che ne continuano la storia.

 

Cari fratelli e sorelle,

tutto ciò ci porta a considerare le ragioni profonde della gioia di Pasqua. Cristo è vivo, è presente in mezzo a noi nei suoi sacramenti, nella comunione della Chiesa e nella forza trasformatrice del suo Spirito! La nostra speranza è fondata su questa certezza che ogni giorno ci raggiunge e ci sveglia dal torpore delle nostre depressioni e delle nostre paure. Cristo risorto ci fa uscire dai sepolcri in cui siamo tentati di rinchiuderci e apre davanti a noi gli orizzonti della vita nuova.

La fede nella Resurrezione è ciò di cui il nostro mondo e anche la nostra Chiesa ha più bisogno. Chiediamo per tutti noi, per i nostri cari e per tutti gli uomini e le donne di buona volontà questa grazia che ci permette di alzare gli occhi e guardare con fiducia al futuro che ci attende.

Amen.