Storia

La Diocesi di Reggio Emilia – Guastalla

 

Secondo la Passio Sancti Apollinaris, la fede cristiana sarebbe giunta in Emilia già sul finire del primo secolo grazie alla predicazione di questo santo discepolo di san Pietro. Aldilà delle questioni suscitate dalla Passio, la storiografia attuale è propensa a ritenere che il Vangelo sia giunto nella Gallia Cisalpina – e quindi anche nel territorio reggiano che ne era parte economicamente rilevante ­– già nei secoli II e III. Non vi sono attestazioni testuali, ma una lettura attenta di alcuni reperti archeologici fanno ritenere che l’Editto di Costantino (313) abbia trovato presenti nel reggiano diverse comunità cristiane, non solo nei tre municipi romani di Regium Lepidi, Brixellum e Tannetum, ma anche in disperse domus rusticae del territorio, specialmente in prossimità delle principali vie di comunicazione dell’asse est-ovest (via Emilia, Po) e nord-sud (Parma-Reggio-Modena per Luni e Lucca). L’assenza di martiri nei secoli della persecuzione oggi non è più interpretata come assenza della fede, ma come una fede più diffusa nel territorio anche rurale (perciò meno esposto allo zelo dei funzionari imperiali) e, probabilmente, come effetto di una amministrazione più tollerante.

La posizione centrale del territorio reggiano, equidistante da Milano e da Ravenna, fa pure ritenere che tanto la prima evangelizzazione quanto la prima strutturazione della Chiesa locale sia avvenuta sotto l’influsso delle Chiese milanese e ravennate. Fino al 480, infatti, Reggio appartiene alla metropolia milanese e, dopo, a quella ravennate (passerà sotto quella di Bologna nel 1582 e quella di Modena nel 1856).

Secondo una tradizione non contestata, la riorganizzazione della Chiesa di Reggio e la collocazione di un vescovo in quella di Brescello sarebbe da attribuirsi al vescovo milanese sant’Ambrogio (374-397). Sarebbe stato lui a porre in Brescello il primo vescovo Genesio.

Risale al 451 l’attestazione documentale del primo vescovo di Reggio, Favenzio, presente ad un sinodo milanese nel quale si condannavano le eresie nestoriana e monofisita. La sua sottoscrizione è seguita da quella di Cipriano, vescovo di Brescello.

In epoca di dissoluzione dell’amministrazione imperiale romana, rifulge a Reggio la figura del vescovo san Prospero (461-483), padre dei poveri, supplente delle mancate magistrature civili della città e, dopo la morte, proclamato santo, suo celeste protettore. Con lui è proclamata santa la sua discepola Gioconda nella quale è ravvisabile il prototipo dell’Ordo Virginum che Ambrogio trova già costituito in Emilia. Beato sarà pure dichiarato il vescovo Tommaso (701-714ca) diffusore del culto di san Prospero. Sarà poi il vescovo Norperto (814-835) ad accogliere in Reggio, proveniente dal Golfo de La Spezia, il corpo di San Venerio, mentre il suo successore Adelardo (945-952) accoglierà i corpi dei santi Crisanto e Daria, completando così il quadro dei santi protettori della città e della Chiesa di Reggio.

 

Con Carlo Magno si ha il primo documento che riporta la confinazione della Chiesa reggiana dal crinale appenninico al Po, unita nell’ortodossia (con i Longobardi anche Reggio aveva sperimentato l’arianesimo), il cui territorio va suddividendosi nelle pievi molte delle quali, a somiglianza della chiesa urbana del vescovo (cattedrale), assumono la dedicazione alla B.V. Maria Assunta in cielo.

Il vescovo Teuzone (979-1030) non solo raggiunge il pieno controllo delle varie chiese, ma viene ricordato per l’introduzione del monachesimo benedettino maschile in Reggio (monastero di San Prospero extra muros) che, insieme a quello dei monasteri fondati dai Canossani (Brescello 970-980, Canossa 1075, Marola 1102-1106) di impronta cluniacense, costituirà un sicuro veicolo della riforma gregoriana, nonché un prezioso strumento di rinnovamento dell’economia rurale a vantaggio della popolazione; di diffusione, attraverso le proprie scuole, dell’istruzione letteraria, artigianale e, in certo qual modo politica (è utile ricordare come le modalità del governo dell’abbazia avrà riflessi anche sul formarsi del governo civile, soprattutto in quello dei nascenti comuni urbani e rurali). La presenza benedettina, inoltre, consolida la crescente rete di ospitali che assiste poveri, ammalati, orfani, pellegrini e stranieri.

La così detta lotta per le investiture vede al suo centro la Canossa della contessa Matilde “filia Petri” (1045-1115), sostenuta da vescovi di fulgente santità come Anselmo di Lucca amministratore della diocesi reggiana tra il 1082 e il 1085; di grande cultura e ortodossia come Eriberto (1085-1097); di prestigio popolare come Bonseniore (1098-1118). Essi risollevano la Chiesa reggiana dalle posizioni scismatiche, perché filo-imperiali, dei vescovi Gandolfo (1066-1082) e Ludovico (1094-1098).

Diversi i vescovi che, tra i secoli XIII e XV, in periodi spesso turbati da guerre civili, calamità naturali o pestilenze, vengono ricordati come particolarmente distinti per iniziative di pacificazione, di carità e di riforma costante della Chiesa. Alcuni nomi: Nicolò Maltraversi (1211-1243), riformatore coraggioso e collaboratore diretto in iniziative della Santa Sede di livello internazionale; Lorenzo Pinotti (1363-1379) e Tebaldo da Sesso (1394-1439), che, in tempi estremamente calamitosi, si mostrano provvidenza  pe i poveri e gli infelici; Battista Pallavicino (1444-466), dotto umanista, ma direttamente interessato alla cura pastorale della diocesi; Bonfrancesco Arlotti (1477-1508), che divide le sue cure tra i servizi diplomatici in Roma e l’attività pastorale vera e propria testimoniata dal suo Bullarium. Il fatto che a partire dal vescovo Serafino Tavani (1379-1387) i vescovi di Reggio inizino ad avere il titolo di “principi” è attestazione evidente di una prassi che contemplava anche il benessere sociale e la pacificazione come aspetto caritativo della loro azione pastorale.

 

Il concilio di Trento, al quale la Chiesa di Reggio, anche in conseguenza della dominante situazione socio-culturale del tempo, giunge in condizioni di rilevante – ma non generalizzata –  rilassatezza, ha un primo protagonista nel vescovo reggiano cardinale Marcello Cervini, deciso antesignano delle riforme promosse dal concilio stesso: formazione del clero e istituzione dei seminari; residenza obbligatoria del clero in cura d’anime; rinnovamento del patrimonio architettonico e artistico destinato al culto; riforma del culto stesso; ripresa degli studi teologici anche per superare tentativi di introduzione del calvinismo.

Lenta, ma costante, la riforma tridentina raggiunge il suo culmine con i vescovi Ludovico Forni (1723-1750) e Gian Maria Castelvetri (1750-1785). Collegato ad essa è il trionfo del barocco come espressione di un bello materiale che simboleggia e si apre al bello e al bene spirituale. Il secolo XVIII si incammina a chiudersi con un clero secolare che tocca i mille sacerdoti per un territorio che dall’Appennino va a comprendere le basse reggiana e modenese e con una sovrabbondanza di monasteri maschili e femminili che, entro la sola cinta muraria di Reggio, raggiungono il numero di 29 per un totale stimabile in oltre cinquecento tra monaci monache.

Con Castelvetri iniziano anche le riforme volute dagli ultimi due sovrani estensi, Francesco III ed Ercole III, tese a diminuire le persone e gli enti religiosi. Riforme che il vescovo Francesco Maria d’Este (1785-1821) riuscirà solo in parte ad attenuare, ma non a impedire. Il suo episcopato si collocherà fra i più tribolati della storia, coinvolto da riforme e persecuzioni, espropri di beni e laicizzazione dei governi rivoluzionari filofrancesi (1796-1814). Sotto di lui inizierà anche la restaurazione di Francesco IV d’Austria-Este che, sotto la veste di un benevolo e benefico aiuto alla Chiesa, verrà in realtà consolidando quello stretto rapporto fra Trono e Altare che, soprattutto dopo il 1848, renderà problematica la manifestazione del sincero patriottismo dei cattolici. Andando verso l’unificazione dell’Italia, operata manu militari fra il 1859 e il 1870, con pesanti espropriazioni dei beni ecclesiastici, il mondo cattolico – non solo reggiano – dovrà confrontarsi con un diffuso anticlericalismo connotato da un radicalismo anticristiano che dichiara (si veda L’Italia Centrale, anni 1860-1870) di voler sopprimere, con la Chiesa, anche la stessa fede in Gesù Cristo.

Sono anni critici nei quali la difesa dell’esistenza e dell’indipendenza della Chiesa, nella persona del Sommo Pontefice, conduce i cattolici al non expedit quanto alla partecipazione alla politica nazionale (non a quella locale), favorendo l’accusa, rivolta ai cattolici stessi, di essere contro l’Italia, contro il progresso, contro la scienza. Accuse chiaramente smentite dalle loro iniziative sociali intraprese a seguito anche all’enciclica Rerum novarum di Leone XIII, poi dal superamento stesso del non expedit, già ai primi del secolo XX per tentativi (elezioni del 1906), poi definitivamente quando, al termine della Grande Guerra (1915-1918), il mondo cattolico entrerà decisamente nell’agone politico.

 

Molto duri risultano, per la Chiesa reggiana, gli anni che congiungono i secoli XIX e XX. Essa si trova a combattere il socialismo prampoliniano, più che nella competizione delle opere sociali, nel tentativo dei socialisti di scalzare la Chiesa stessa definendosi essi i veri seguaci di Gesù descritto, per altro, come un semplice rivendicatore di giustizia sociale. In questo serrato confronto si inserisce un primo tentativo di costruire un socialismo politico cristiano (La Plebe), finito, in realtà, fagocitato dal partito socialista. Il positivismo del tempo, oltre a favorire il socialismo ateo, coinvolge alcuni esponenti del cattolicesimo nella corrente filosofico-teologica così detta modernista sostanzialmente tesa ad un vago teismo e alla negazione della Rivelazione e dell’intervento divino nella storia.

La Chiesa reggiana supera queste crisi – come supera la crisi interna innescatasi sotto l’episcopato Marchi (1901-1910) – grazie ad esponenti del clero di grande formazione e senso ecclesiale (Emilio Cottafavi, Pietro Tesauri, Francesco Gregori, i fratelli Angelo e Giovanni Mercati, Antonio Colli, Raffaele Scapinelli); grazie all’impegno del laicato maschile e femminili organizzato nell’Azione Cattolica; grazie alla testimonianza di carità delle organizzazioni ecclesiali in favore dell’infanzia (la rete degli “asili” d’infanzia iniziata con l’asilo aportiano di Guastalla del 1842 e tuttora perdurante; scuole medie e superiori; ospedali, case di carità che si sorreggono in maggior parte grazie al personale fornito dalle nuove Congregazione religiose femminili, alcune di fondazione reggiana).

Il lungo arco dell’episcopato di monsignor Eduardo Brettoni (1910-1045) affronta gli eventi più critici del secolo XX: la dittatura fascista, le guerre di Libia (1911-1912), d’Etiopia (1935-1936), la prima (1915-1918) e la seconda (1940-1945) guerra mondiale. Le sue lettere pastorali dettano la linea operativa della Chiesa: ritornare a Gesù Cristo. Particolarmente alta è la testimonianza del clero che, nel biennio finale della seconda guerra mondiale, conta dieci preti e un seminarista (il beato Rolando Rivi) uccisi e decine d’altri perseguitati e spesso ricercati a morte fondamentalmente in odium fidei (l’undicesimo verrà ucciso all’inizio dell’episcopato Socche). In questo periodo anche la diocesi di Guastalla ha un luminoso testimone della carità cristiana in don Pietro De Carli, ferocemente ucciso dalle milizie nazifasciste a Torre Paponi (IM) insieme a 26 suoi parrocchiani.

Nella cronaca più recente si collocano gli episcopati di Beniamino Socche (1946-1965) ricordato per la lotta al materialismo ateo; di Gilberto Baroni (1965-1989) che vede la riunificazione delle diocesi di Reggio e Guastalla e la celebrazione dell’ultimo sinodo diocesano; Giovanni Paolo Gibertini (1989-1998); Adriano Caprioli (1998-2012) e, dal 29 settembre 2012, quello corrente di monsignor Massimo Camisasca.

 

Accanto alla storia della diocesi di Reggio, si sviluppa quella della diocesi di Guastalla, su un territorio oggi costitutivo della provincia reggiana, ma, fino a tutto il 1847, appartenente a diversa entità statale. Scomparsa nel 603 la primitiva diocesi di Brescello (probabilmente trasferita a Parma), nel secolo IX, nel territorio di Guastalla, emerge una cappella dedicata a san Pietro che nel 980 è già trasformata in pieve soggetta al vescovo di Reggio e con Matilde (1101) è dipendente dal solo papa e, civilmente, dal solo re.

Dalla diretta dipendenza dalla Santa Sede, confermata nel 1476 dal papa Sisto IV, nel 1575 nasce la diocesi abbaziale intitolata ai Santi Pietro e Paolo e inserita nella metropolia di Milano. Sede nella nuova chiesa urbana consacrata dieci anni prima da san Carlo Borromeo. Primo abate l’umanista Bernardino Baldi.

Nel 1828, per interessamento della duchessa Maria Luigia d’Austria, si ha la trasformazione in diocesi vescovile. Primo vescovo il cappellano ungherese della duchessa, monsignor Janos Tamas Neuschel. Dopo di lui altri dodici vescovi che vedono l’ampliamento della diocesi con acquisizione di parrocchie reggiane, ma anche il crescente accomunarsi di problematiche pastorali con la diocesi di Reggio (socialsmo, protestantesimo, liberalismo anticlericale, formazione del clero). Con la morte di monsignor Angelo Zambarbieri (1960-1970) la diocesi viene dapprima affidata in amministrazione al vescovo di Reggio, poi unita a quella di Reggio nella nuova attuale diocesi di Reggio Emilia – Guastalla (1986).

 

Giuseppe Giovanelli