Author: eborghi

Omelia nella Solennità di San Prospero

Pubblichiamo l’omelia pronunciata dal vescovo Camisasca per la solennità di San Prospero il 24 novembre 2020

Il testo integrale del Discorso alla Città “In principio la parola. Imparare a leggere e scrivere nell’epoca di internet” è pubblicato su La Libertà del 25 novembre.

 

Cari fratelli nell’episcopato, nel sacerdozio e nel diaconato,
Illustri autorità civili e militari,
Cari fratelli e sorelle,
quest’anno ho voluto dedicare il mio Discorso alla Città e alla Diocesi in occasione della solennità del nostro Santo Patrono a un tema che ritengo particolarmente importante per noi e per l’intera società: In principio la parola. Imparare a leggere e scrivere nell’epoca di internet. Ho scritto un testo, che vi sarà distribuito al termine della celebrazione, dal quale traggo ora alcuni spunti di riflessione.

Le trasformazioni e le crisi che la società sta attraversando a più livelli sono riconducibili a un cambiamento radicale nel rapporto tra l’uomo e la realtà, che passa anche attraverso il ruolo attribuito alla cultura e, prima ancora, alla parola scritta, letta, pronunciata. Quale peso ha quest’ultima nel rapporto della persona con sé, con gli altri e con il mondo?
Il linguaggio e la parola sono strumento privilegiato del nostro rapporto con gli altri: la parola è relazione. La crisi del suo utilizzo può dunque tradursi in una crisi della relazione nella conoscenza e negli affetti, nell’educazione, nella comunicazione pubblica e sociale. Ma la parola è anche la strada del rapporto con noi stessi e della comprensione di noi stessi. Le sfumature della lingua ci permettono di nominare e riconoscere le sfumature della nostra esperienza: di coglierla con consapevolezza, di approfondirla, di farla veramente nostra. Quando riusciamo a pensare e dire qualcosa, è come se ce ne riappropriassimo più in profondità. Un rapporto impoverito con le parole corrisponde a un rapporto impoverito con la realtà.
In questo quadro non si può ignorare la presenza delle nuove tecnologie e degli inediti codici comunicativi ed espressivi di cui esse sono portatrici, con le opportunità e le criticità che ne derivano. Il loro uso massivo e capillarmente diffuso introduce nelle pratiche di vita e nella mentalità corrente nuovi rapporti con la parola e con l’immagine. Proprio perché la comunicazione è relazione e conoscenza, il cambiamento del modo di comunicare cambia anche il modo di conoscere e relazionarsi.
Queste riflessioni si sono fatte più pressanti durante il periodo di confinamento dovuto all’emergenza sanitaria, che ha visto numerosi ambiti della nostra vita “trasferirsi” online. Tra questi penso in modo particolare alla scuola, con l’introduzione della prassi della didattica a distanza e con la ridefinizione del tipo di proposta offerta agli alunni. Nessuno può prevedere oggi quale sarà, nel futuro immediato, l’impatto della tecnologia sull’insegnamento; né quale sarà la capacità dei docenti di maturare connessioni – anche dialettiche – tra la didattica in presenza e quella a distanza, o quale sarà la risposta dei ragazzi.

Non intendo ovviamente demonizzare l’introduzione degli strumenti informatici nei processi di insegnamento e apprendimento. Essi non rappresentano solo un problema, ma una grande opportunità. Tuttavia, essi non sono in grado di generare automaticamente novità “buone”. Il loro utilizzo deve essere accompagnato e modulato dentro un cammino che non può prescindere dall’educazione del pensiero e della parola, della lettura e della scrittura.
La nostra epoca – ricca di immagini e di slogan, ma povera di parole meditate – è pervasa dall’urgenza di un’educazione alla parola: un insegnamento della lettura, della scrittura, del parlare. La crisi della parola è, al suo fondo, crisi dell’educazione. Non avere parole, o non averne padronanza, significa essere privati di una fondamentale chiave di lettura della realtà, significa perdere possibilità di pensiero, di conoscenza e di relazione, significa essere meno liberi.

Il libro della Genesi definisce il dar nome alle cose come uno dei gesti originari che Dio suggerisce all’uomo (cfr. Gen 2,19). Dare nome, infatti, non significa soltanto far entrare una persona o una cosa nell’orizzonte della propria vita e, in un certo senso, del proprio possesso, ma anche riconoscere ad essa una dignità distinta dalla propria eppure in relazione con sé. Se l’uomo esistesse da solo non avrebbe bisogno della parola. Dio, che pure è l’unico, è relazione fin dall’origine e perciò generatore della Parola. Da questo punto di vista, l’evento creativo di Dio, così com’è stato espresso nella tradizione giudaica e riletto nella tradizione cristiana, esprime l’archetipo di ogni evento creativo e di ogni comunicazione.

La rivoluzione cibernetica, che subito dopo la II guerra mondiale prometteva cambiamenti radicali nel campo dell’industria e della ricerca, si è rivelata poi, con la nascita di internet e dei social, una rivoluzione di ben più vasta portata. Un’offerta di conoscenze potenzialmente infinita che ha creato nuove possibilità di accesso al sapere, soprattutto per studiosi, ricercatori, scienziati. Essa, nello stesso tempo, ha però generato – proprio per l’immenso numero di informazioni, notizie e immagini messe a disposizione – una relativizzazione del sapere, legata all’incontrollabilità delle fonti. Conosciamo tutti il fenomeno delle fake news.
Assistiamo perciò al duplice lato “politico” dell’era di internet: da una parte, un’élite relativamente ristretta di persone può aumentare in modo considerevole il proprio potere avendo a disposizione sempre nuove conoscenze e nuovi canali di ricerca; dall’altro, un infinito numero di abitanti della terra vive nell’illusione di un potere da raggiungere, mentre in realtà la sua vita è governata da centri invisibili e lontani attraverso algoritmi che determinano i risultati delle ricerche personali, attraverso la pubblicità, il mercato e un controllo sempre più vasto della vita privata.

In questo contesto emerge, ancor più potentemente che nei decenni e nei secoli passati, l’importanza della lettura e della scrittura e, in ultima analisi, del pensiero critico per ogni persona. Chi è veramente svantaggiato nel nostro tempo? Chi non rincorre tutte le novità dell’era tecnologica? No, soprattutto chi non sa leggere e scrivere. Chi non è stato aiutato a prendere consapevolezza e a godere dei tesori che la storia passata e presente del suo popolo potrebbe mettere nelle sue mani attraverso la lettura e la scrittura. Tesori di storia, di arte figurativa, di letteratura, di poesia, di musica, di ricerca scientifica. È chiaro che non possiamo scoprire tutto da soli. Molto lo riceviamo dagli altri. La lettura e la scrittura, quali strade privilegiate dello sviluppo del pensiero, ci danno la possibilità di vagliare l’autorevolezza delle autorità e di verificare la corrispondenza della loro proposta con ciò che la natura e la storia dell’uomo ci presentano come valori ed esigenze ineliminabili: la conoscenza di Dio, la conoscenza di se stessi, del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto, del vero e del falso. Senza una coscienza critica che non distrugga il passato, che riconosca il valore delle autorità e che nello stesso tempo verifichi ogni sapere per poterlo rigenerare dall’interno, non è possibile un vero avanzamento della storia, la creazione di un vero umanesimo.
Oggi si parla di trans-umanesimo, di una civiltà da cui l’uomo scomparirebbe per essere sostituito dalle macchine da lui stesso create, dotate perciò di un’intelligenza artificiale, o per essere “ibridato” con esse. Sarebbe paradossale che le macchine, create per essere utili all’uomo e alla sua missione nel mondo, finissero per distruggere il loro inventore. Sono prospettive inquietanti e non auspicabili. In realtà, la storia del linguaggio e del ragionamento umano, che nascono insieme al pensiero e che ci servono per conoscere e comunicare la realtà, mostrano che questi scenari distopici sono impossibili. Non esiste una coscienza artificiale e nessuna macchina, perciò, potrà sostituire completamente l’uomo. Un mondo senza l’uomo non è un mondo post-umano, è un mondo disumano, un deserto che perde la sua ragion d’essere. Il mondo, infatti, è stato voluto e creato da Dio come giardino per l’uomo.
Ci sono ragioni logiche che confermano l’assoluta unicità e insostituibilità dell’uomo. Ma qui voglio ricordare le ragioni spirituali che confermano la concezione dell’uomo che nasce dal grande evento dell’Incarnazione. Se anche fosse possibile l’intera sostituzione dell’uomo con la macchina, almeno un uomo resterebbe non sostituibile: il Figlio di Dio fatto uomo, sottratto ora alla logica del tempo e dello spazio, ma non volatilizzato. Il corpo risorto di Cristo ci parla della perennità dell’uomo sulla terra e oltre la fine del tempo.

Platone, nella lettera VII, parla del primato assoluto della comunicazione orale – vissuta nella convivenza guidata da un’autorità – come strada alla ricerca della verità. La parola scritta e stampata, direbbe oggi Platone, deve essere al servizio di questa struttura originaria del sapere che è la comunità in presenza (come si usa dire oggi) attorno a un testimone, ad una persona adulta (più per esperienza che per età) che vuole comunicare ad altri il tesoro che lo costituisce affinché a loro volta lo possano trovare e portare a frutto.
L’era tecnologica è perciò, più di ogni altra era, un tempo che necessita di educazione, soprattutto di educazione della libertà. Data l’invasività delle immagini e il rischio di chiusura in se stessi che la cultura dei social porta con sé, ciò che sopra ho descritto come rapporto educativo rivela più che mai la sua preziosità. Il nostro tempo dovrà essere il tempo di colui o colei che attraverso le proprie conoscenze riesce a veicolare il senso della vita e le strade per raggiungerlo. Viviamo pericolosamente in un momento in cui non esistono più né passato né futuro, ma solo l’istante presente. Questa affermazione, che sembrerebbe essere simile a quella fatta da Agostino nel libro XI delle sue Confessioni, ne è in realtà agli antipodi. Per il vescovo di Ippona, infatti, parlare del presente come momento unico del tempo non voleva escludere la memoria, né cancellare la speranza, ma anzi racchiuderle tutte in un unico atto di coscienza presente. Comprendiamo così l’importanza fondamentale della scuola per i nostri anni, ma anche della comunità familiare e di ogni altra comunità: esse permettono al ragazzo e al giovane di conoscere il passato per poter decidere quali sono i rami secchi da tagliare e quali, invece, quelli vivi da innestare verso un nuovo frutto. In tutto ciò, scrittura e lettura hanno un posto paradigmatico: esse infatti, sempre, raccolgono in se stesse esperienze del passato, comprensione del presente e apertura a nuovi orizzonti.

La contemplazione della Parola incarnata a cui l’Avvento ci invita, possa essere il paradigma di un nuovo e più vero rapporto con le parole.
Amen.

Nasce il Terzo Polo Universitario: foto e video de La Libertà

Sabato 21 novembre si è tenuta la cerimonia ufficiale della consegna del Seminario Vescovile a UniMoRe. Uno speciale sull’evento sarà pubblicato su La Libertà del 2 dicembre 2020.

A questo link è possibile vedere e ordinare tutte le foto a cura del Servizio fotografico de La Libertà: http://www.laliberta.info/2020/11/23/consegnato-il-seminario-come-terzo-polo-universitario-foto/ 

Su La Libertà TV è possibile vedere il video integrale dell’inaugurazione con la benedizione impartita dal Vescovo e gli interventi di tutte le autorità presenti in Seminario: https://www.youtube.com/watch?v=5ly4G9KWk3A

Lunedì 23 novembre funerale di monsignor Iotti, diretta su Teletricolore

Il funerale sarà lunedì 23 novembre alle 10.30 in Cattedrale, con la Messa presieduta da Camisasca

Un altro grave lutto, il terzo in una sola settimana, ha colpito la Chiesa reggiano-guastallese. La sera di venerdì 20 novembre, alla vigilia del funerale di don Gaetano Incerti, suo grande amico, monsignor Pietro Iotti si è spento nel suo appartamento del Palazzo dei Canonici. Lo piange tutta la Diocesi, profondamente grata alla nipote Lisa e agli assistenti Domnica, Ludmila e Bruno per lamorevoli cure e premure con lui l’hanno accompagnato nell’ultimo tratto della sua vita.

Pietro Iotti era nato a Bagno il 26 aprile 1923. Undicenne, era entrato insieme al compaesano Avio Spattini nel collegio cittadino di San Rocco. Qui il direttore, il Servo di Dio don Dino Torreggianioltre al pre-seminario aveva realizzato un oratorio, uno studentato per i ragazzi poveri, un ritrovo per i militari e un ricovero per gli anziani. Il seminarista Iotti visse gli ultimi anni ginnasiali a Marola, avendo per confessore monsignor Guerrino Orlandini, quindi il triennio di liceo ad Albinea, avendo come prefetto di camerata don Pietro Margini; infine tornò come “prefetto” a Marola, dove tra i seminaristi della camerata San Carlo, di cui era responsabile, si distingueva Rolando Rivi, il futuro beato martire. Il 29 giugno 1946 don Pietro venne consacrato presbitero davescovo Beniamino Socche, entrato in diocesi da poche settimane, che gli trasmise una profonda devozione mariana. L’indomani il giovane prete novello celebrava la sua prima Messa nella chiesa dei Santi Giacomo e Filippo, nel quartiere di Santa Croce internaLa parrocchia del “popol giôst, dove risiedeva con la famiglia, divenne infatti la prima destinazione pastorale di don Pietro, in qualità di vicario cooperatorePossiamo ripercorrere il suo straordinario ed entusiastico ministerosacerdotale, in servizio alla Chiesa sia diocesana che nazionale, seguendo le tappe che lo stesso don Pietro ha identificato in un memoriale scritto per il settimanale diocesano La Libertà in occasione del suo 70° anniversario di Messa.

 

A San Giacomo don Pietro, sotto la guida del parroco monsignor Antonio Fornaciariera impegnato prevalentemente con i giovani – fra adunanze, pellegrinaggi, catechesi – e nelle scuole statali comeinsegnante di religione (1947-1966). Fu il presidente dell’Azione Cattolica Camillo Rossi a suggerire a Socche di nominare don Iotti consulente provinciale del Centro Sportivo Italiano, come avvenne (anche a livello regionale, fino al 1975), con un mandato chiaro quanto ambizioso: “ogni campanile, un campo sportivo”. Nelle parrocchie del nostro Appennino, dove violenze e vendette del dopoguerra erano ancora accese, lo zelo di questo giovane prete contribuì alla rinascita di uno spirito di collaborazione e ricostruzione; nacque così il Torneo della Montagna. A don Iotti, in sodalizio con Angelo Burani, si deve pure la coraggiosa operazione che portò all’acquisto degli impianti sportivi di Santa Croce. Don Pietro fu tra l’altro presidente della S.R.A.T. (Società Ricreativa Assistenziale Tricolore) per soggiorni di vacanza e impianti sportivi (1954-1995).Ancora in ubbidienza al vescovo Socche, don Pietro accettò di andare “provvisoriamente” a celebrare la Messa alla Caserma della Polizia di Stato; ebbene, rimase cappellano ufficialmente fino al 1993. Analogamente accadde con l’incarico di cappellano dei Vigili del Fuoco, rivestito dal 1952 ad oggi. Nel 1968-69 don Iotti diresse l’Ufficio Amministrativo Diocesano. Fu anche presidente della Pontificia Opera di Assistenza (1960-1977), gestendo le colonie estive per numerose generazioni di bambini fra strutture marine e montane.

Di rilievo gli uffici accettati da don Iotti a livello nazionale: don Pietro è stato dal 1991 consulente per l’Emilia-Romagna della Pontificia Fondazione “Centesimus Annus” e dal 2002 presidente dell’Associazione “Giovanni Palatucci”, onlus sorta per sostenere la causa di beatificazione del questore di Fiume che salvò migliaia di EbreiPer lungo tempo monsignor Iotti si è recatosettimanalmente a Roma per l’adempimento di vari incarichi, alloggiando dapprima alla Casa Romana del Clero e poi a Santa Marta, dove ha incontrato Papa Francesco. In diocesi si è fatto conoscere e apprezzare da innumerevoli persone per il suo intenso modo di vivere le relazioni, il sorriso accogliente e la presenza orante, che si era perfino intensificata dopo che il vescovo Camisasca l’aveva nominato Canonico onorario della Cattedrale.

Così monsignor Iotti terminava il suo racconto dei “primi 70 anni” di sacerdozio su La Libertà: “Grazie infinite a Te, Signore Gesù che sei risorto e sei sempre con me, e grazie alla Madre Tua Santa che mi ha guidato per mano; niente è mai senza la Mamma Celeste!”.

Nel pomeriggio di sabato 21 novembre la salma di monsignor Iotti verrà trasportata alla camera ardente allestita in Cattedrale nella “cappella del tesoro”.

Le esequie, con la santa Messa presieduta dal vescovo Camisasca, saranno celebrate lunedì 23 novembre alle ore 10.30 in Cattedrale. I resti mortali di don Pietro riposeranno nella cappella dei Canonici nel Cimitero Monumentale di Reggio Emilia.

Solennità di San Prospero

In diretta tv e social la festa di martedì (dalle 10.40)

Nonostante il periodo duro di emergenza sanitaria e le restrizioni che renderanno la piazza molto meno animata del solito, martedì 24 novembre sarà una data da ricordare per la Diocesi e per tutta la comunità reggiana. In occasione della solennità del Patrono, si terrà infatti l’attesa inaugurazione della Torre di San Prospero dopo i recenti restauri, prevista alle ore 10.40 con l’intervento delle autorità. A seguire il Pontificale presieduto in Basilica dal vescovo Massimo che pronuncerà il tradizionale Discorso alla Città.

Diocesi in lutto per la scomparsa di don Gaetano Incerti

Funerale sabato 21 novembre alle ore 9 in Cattedrale, presieduto dal vescovo Camisasca

La Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla saluta il decano del suo clero e la chiesa di “Gesù Operaio” presso le ex Officine Reggiane perde il suo storico e fedelissimo rettore. Don Gaetano Incerti si è letteralmente spento, a 101 anni, nella casa di Correggio in cui è stato negli ultimi anni accudito amorevolmente dalle nipoti Anna e Rita oltre che dall’affezionata Graziella Saccocci. Nella sua ultrasecolare esistenza ha conosciuto otto pontefici e sei vescovi diocesani; al compimento del 100° anno di vita monsignor Camisasca lo aveva nominato Canonico onorario della Cattedrale.

Nato il 12 agosto 1919 a San Prospero di Correggio, della parrocchia di San Quirino, era stato ordinato sacerdote dal vescovo Eduardo Brettoni il 17 marzo 1945, quando la seconda guerra mondiale stava per concludersi.

Il suo fecondo ministero presbiterale lo vide da subito direttore del Pio Istituto Artigianelli, incarico che don Gaetano ha mantenuto dal 24 ottobre 1945 al 31 agosto 1955, lasciando un’indimenticabile testimonianza. Il direttore Incerti contribuì a creare i reparti interni come quelli di falegnameria, radiomeccanica e di metallurgia. Il suo intento, condiviso con il presidente dell’Istituto don Bruno Moratti, era porre l’attenzione sulla formazione morale e professionale dei ragazzi, attraverso una preparazione che includesse la componente teorica, quella pratica e quella di cultura generale. Nell’agosto 1955 il vescovo Beniamino Socche inviò “provvisoriamente”  don Gaetano come cappellano dell’Onarmo presso le Officine Meccaniche Reggiane e rettore della piccola chiesa di “Gesù Operaio”; il sacerdote ha rivestito questo ruolo ufficialmente fino al 1974, ma si è sempre mantenuto legato da profonda amicizia alle persone incontrate nelle due significative realtà storiche degli Artigianelli e delle Reggiane. Le cronache cittadine registrano la sua puntuale presenza alle celebrazioni in memoria di don Zefirino Iodi, fondatore del Pio Istituto Artigianelli, e ai partecipati ritrovi annuali degli ex allievi, così come ai momenti di commemorazione dell’eccidio degli operai delle Reggiane, provocato dall’esercito badogliano il 28 luglio 1943.

Don Gaetano, sacerdote pieno di interessi, arguto e battagliero, è stato anche uno scrittore dalla penna vivace, ironica e talora graffiante: non si contano le lettere indirizzate ai giornali sia per ricordare fatti e personaggi del passato, sia per porgere mai banali riflessioni sul mondo contemporaneo. Recentemente aveva dato alle stampe un album dei suoi ricordi, corredato da ampia documentazione fotografica, intitolato, nel suo stile inconfondibile, “Reggiane: nostalgica ‘memoria’ di una industria vista da dentro dal suo Cappellano del lavoro”.

Inoltre don Incerti è stato a lungo addetto alla chiesa di San Filippo (1976-2000), nonché amministratore parrocchiale prima a Santa Croce e successivamente a San Nicolò.

Nella giornata di venerdì 20 novembre la salma di don Gaetano sarà esposta nella chiesa di “Gesù Operaio”, in viale Ramazzini 31 a Reggio Emilia, dalle ore 8.30 alle 12.30 e dalle 14.30 alle 17.30; alle ore 17 di venerdì, nella stessa chiesa, verrà recitato il santo Rosario.

La celebrazione delle esequie, con la Messa presieduta dal vescovo Massimo Camisasca, avrà luogo nella Cattedrale di Reggio Emilia sabato 21 novembre alle ore 9. Al termine della liturgia, il corteo proseguirà per il cimitero di Correggio, dove don Incerti sarà sepolto nella tomba dei sacerdoti.

La Diocesi consegna alla Città il Terzo Polo di UniMoRe

Il vescovo Camisasca: “Il Seminario continua a manifestare la sua vocazione educativa e la sollecitudine della Chiesa per la cultura e per i giovani”.

Sabato alle ore 10.30 la cerimonia

Puntuale sulla tabella di marcia originariamente preparata dal Comitato Reggio Città Universitaria presieduto dall’architetto Mauro Severi, è arrivato il giorno della consegna del ristrutturato immobile del Seminario vescovile quale Terzo Polo Universitario di UniMoRe. La cerimonia di consegna è fissata per sabato 21 novembre alle ore 10.30 con i rappresentanti delle istituzioni locali e regionali in presenza ridotta ai minimi termini, per ottemperare alle norme anti-Covid-19.

Il programma dell’inaugurazione prevede, dopo il saluto delle autorità, l’intervento del Rettore dell’Università di Modena e Reggio Emilia professor Carlo Adolfo Porro e a seguire quello del vescovo di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca. “Questo edificio dedicato nel 1954 alla formazione dei sacerdoti e all’educazione della fede cristiana è stato una luce di speranza per la Chiesa e l’intera comunità civile. Divenendo sede universitaria continua a manifestare la sua vocazione educativa e la sollecitudine della Chiesa per la cultura e per i giovani”: con queste sue parole, incise sul marmo di una colonna dell’atrio, monsignor Camisasca ha voluto suggellare la storicità della data del 21 novembre 2020.

Il progetto prevede la realizzazione di oltre 10mila mq che entro fine anno ospiteranno i primi 1.400 studenti. E proprio sabato verrà consegnato ufficialmente all’Università di Modena e Reggio il Lotto A, che conta 9 mila metri quadrati di aule e uffici e altrettanti di parco e aree verdi. Si tratta di 114 uffici, 14 aule, 74 servizi igienici, oltre 100 posti auto e 200 posti biciclette

L’evento inaugurale si concluderà con la benedizione al Terzo Polo Universitario impartita dal vescovo Massimo.

Oltre che sulle reti televisive locali, la cerimonia si potrà seguire in diretta social sul canale YouTube “La Libertà Tv” e sulla pagina Facebook del settimanale La Libertà con le immagini del Centro diocesano Comunicazioni sociali.